■Antonio Loiacono
Otto del mattino, in un qualsiasi ospedale calabrese: il pronto soccorso è già pieno. Non solo emergenze, ma anche pazienti con disturbi lievi — caviglie gonfie, febbri moderate, piccoli traumi — che potrebbero essere gestiti altrove. Situazioni che non richiedono un accesso in area d’urgenza e che, tuttavia, finiscono per congestionare corridoi e sale d’attesa.
È da questa fotografia quotidiana che prende le mosse il decreto firmato da Roberto Occhiuto, commissario ad acta per la sanità calabrese.
Con un proprio provvedimento, Occhiuto ha approvato il progetto per l’attivazione del numero europeo armonizzato dedicato alle cure non urgenti e il modello organizzativo e tecnologico della centrale operativa che dovrà sostenerlo. Carta, timbri, allegati tecnici. Ma l’ambizione è più concreta: spostare flussi, ridisegnare abitudini, convincere i cittadini che non tutto passa dal pronto soccorso.
Il numero è freddo, quasi impersonale: 116117. Sei cifre che promettono di alleggerire corridoi e barelle, intercettando i casi non urgenti prima che arrivino in ospedale.
Il piano parla chiaro, forse troppo. Almeno la metà degli accessi ai dipartimenti di emergenza-urgenza — si legge — potrebbe essere gestita altrove. Un quarto riguarda traumatologia minore, piccole fratture, distorsioni, ferite che spaventano più di quanto richiedano. Un altro 25 per cento è fatto di problematiche mediche acute ma non urgenti. Resta una domanda sospesa: perché allora quelle persone varcano comunque la soglia dell’ospedale? Mancanza di alternative, di fiducia, di informazioni. O tutte insieme.
Il 116117 nasce per questo spazio intermedio. Dovrà facilitare l’accesso alle cure a bassa intensità, orientare verso il medico di base, la continuità assistenziale, le case di comunità, le centrali operative territoriali. Fornire consigli, consulenze, indicazioni. Una voce, prima di una barella. Non è un dettaglio.
La centrale operativa avrà sede a Cosenza. A Catanzaro è prevista la disaster recovery, il “piano B” tecnologico: se il sistema si ferma, deve potersi rialzare in fretta, senza perdere dati né contatti. In sanità, anche un blackout informatico può trasformarsi in un rischio clinico. È un aspetto tecnico, certo. Ma racconta una cautela nuova, o almeno dichiarata.
L’attivazione sarà graduale, su base provinciale. Le chiamate verranno filtrate in base al distretto telefonico di origine e indirizzate ai presidi competenti. Una geografia invisibile che si sovrappone a quella reale, fatta di ambulatori, guardie mediche, medici di famiglia. Funzionerà se le maglie della rete non saranno troppo larghe. O troppo strette.
Resta il nodo culturale, che nessun decreto può sciogliere da solo. Convincere chi ha dolore — anche lieve — che non sta rinunciando a una tutela scegliendo un numero invece di una corsia. È qui che la riforma si gioca davvero, lontano dalle conferenze stampa e dalle percentuali. In quella decisione individuale, presa magari alle otto del mattino, seduti su una sedia di plastica, con il dubbio di essere nel posto giusto o in quello sbagliato!
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