SAN GIOVANNI IN FIORE, LONGOBUCCO, CAMPANA E BOCCHIGLIERO: IL PRECARIATO STORICO CHE METTE ALLA PROVA LA CREDIBILITÀ DELLA REGIONE

Storie di lavoratori dimenticati, tra promesse mancate e un futuro che prova timidamente a prendere forma.

Antonio Loiacono

Da più di dieci anni vivono in una sorta di terra di mezzo: abbastanza presenti da far funzionare i servizi essenziali dei loro paesi, ma troppo poco riconosciuti per sentirsi davvero parte di qualcosa. Non hanno voce, raramente hanno un volto pubblico, eppure tengono in piedi intere comunità dell’entroterra calabrese.
Li chiamano “Invisibili”. Una parola che pesa, perché racconta tutto: la fatica, le attese, le illusioni ricucite a forza. Fino a ieri, quando un varco—piccolo, fragile, ma reale—ha iniziato ad aprirsi.

A San Giovanni in Fiore, Longobucco, Campana e Bocchigliero il tema del precariato non è un capitolo di cronaca: è un patrimonio collettivo di pazienza e disillusione. Tre sono i gruppi che, ormai da tempo, aspettano stabilità: le cosiddette Giubbe Rosse, i lavoratori di vecchia data transitati due anni fa sotto Calabria Verde; gli Invisibili, appunto; e infine i Dimenticati, coloro che ancora non riescono a intravedere neppure un orizzonte.

Le Giubbe Rosse, riconducibili alla legge regionale 15/2008, sono ferme a un salario e a un numero di giornate di lavoro che non riflettono più il presente. Un’attesa immobile, mentre la vita corre avanti.

Poi ci sono loro, circa quattrocento persone distribuite tra i piccoli centri della Sila, di cui ben 170 a San Giovanni in Fiore. Dopo due corsi di formazione regionali e una stagione infinita di promesse, sono rimasti sulla soglia del cambiamento. «Avremmo dovuto riprendere servizio prima delle elezioni regionali — raccontano alcuni di loro — ma tutto si è bloccato. Poi il silenzio».

Silenzio interrotto ieri, quando la sindaca e consigliera regionale Rosaria Succurro ha diffuso una nota che, per molti, ha il sapore di una boccata d’aria.

All’indomani della seduta del Consiglio regionale, Succurro ha reso noto che il presidente Roberto Occhiuto ha confermato la chiusura definitiva dei bacini di storico precariato in Calabria. Una decisione che riguarda anche gli Invisibili dei quattro comuni silani.

«Per le 170 persone di San Giovanni — ha dichiarato — e per i lavoratori degli altri territori, questo è finalmente il riconoscimento della dignità professionale che attendono da troppo tempo. È una giornata importante, per loro e per la nostra comunità».

Parole che accendono un frammento di fiducia in chi ha visto passare anni interi senza che nulla cambiasse davvero.

Eppure, non per tutti il quadro è lo stesso. Restano fuori — almeno per ora — i Dimenticati: un gruppo numeroso di lavoratori senza occupazione stabile che, nonostante gli incontri in Comune e i confronti con l’assessore regionale Giovanni Calabrese, non ha ancora ricevuto garanzie.
Per loro il tempo sembra essersi fermato un passo prima della soglia che gli altri stanno finalmente varcando.

San Giovanni, Campana, Bocchigliero e Longobucco non chiedono privilegi, ma giustizia. E la giustizia, quando arriva, non deve mai essere parziale. Finché l’ultimo lavoratore non verrà riconosciuto, l’intera storia resterà incompiuta — come una frase lasciata a metà, in attesa di qualcuno che abbia il coraggio di terminarla con senso e dignità.

Perché una regione che vuole rinascere davvero deve partire da qui: dagli invisibili, dai dimenticati, da chi non ha mai smesso di credere che un futuro esista, anche quando nessuno sembrava vederlo.

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