RINO, PER FAVORE, ESCINE PULITO!

Io il calcio non mi limito a ignorarlo: in linea di massima lo detesto. Non per quello che è: per quello che è diventato. Se fosse davvero uno sport: libero delle sovrastrutture affaristiche, politiche, sociologiche di cui è stato caricato, il calcio sarebbe bello. Se fosse davvero uno sport, se fosse il calcio al quale Umberto Saba dedicò Goal, una delle sue poesie più belle:

Il portiere caduto alla difesa

ultima vana,contro terra cela

la faccia, a non veder l’’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’’induce

con parole e con mano, a rilevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla- unita ebbrezza – per trabocchi

nel campo. Intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questo belli,

a quanti l’’odio consuma e l’’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere

– l’’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Un calcio fatto di passione, ma solo passione sportiva; nel quale l’’agonismo non diventa odio, l’’avversario non è un nemico, il successo non è rivalsa, la sconfitta non è umiliazione. E soprattutto, il vero scopo è davvero segnare il goal, non arraffare quanti più soldi si può.

Ma esiste, è mai esistito un calcio così, oltre che nella mente forse ingenua di un poeta, anche nella realtà? Viene da pensare di no. Magari uno s’’illudeva che sì, d’accordo, nel calcio professionistico è inevitabile che allo sport si sovrappongano poi altre cose. I campioni costano, le trasferte costano, gli allenatori costano, e bisogna pure che chi profonde milioni per gestire una squadra ci trovi poi un ritorno, magari d’’immagine, che poi porti altri ritorni, magari politici. È triste, ma pazienza.

Però, si sperava che invece nel calcio amatoriale le cose stessero diversamente. Poi si legge che i genitori di un ragazzino hanno aggredito un altro ragazzino, un compagno di squadra, colpevole di non aver passato la palla al figlio; e che altri genitori, sulle tribune di un campetto, si sono accapigliati ferocemente durante una partita che vedeva i loro pargoli giocare su campi opposti; e che altri pargoli, dalle tribune di un campo di calcio, si sono messi a gridare insulti razzisti contro un giocatore di colore. E allora arriva a pensare che oramai il calcio è irrecuperabile, che con lo sport non ha niente a che vedere.

Come se non bastasse, ed è notizia di questi giorni, scoppia l’’ennesimo caso di corruzione, a tal punto “ennesimo” che nemmeno farebbe notizia se non fosse che, a quanto pare, in esso è coinvolto anche un campione che si proponeva, ed era visto, come modello di sportività.

Rino Gattuso, ragazzotto calabrese, anzi più che calabrese: di Schiavonea, la frazione di Corigliano dove anche io sono nato. Il suo sogno non era di sposare la velina di turno o di fare un giro con la figlia del miliardario che colleziona giocatori: ci teneva ad aprire una pescheria. Parla con la schiettezza e il buonsenso di chi non si è montato la testa e non ha perso il senso della misura, anche se di soldi ne ha fatti tanti e ha vinto una coppa del mondo e tanti altri titoli, fra coppe e scudetti.

Perfino chi, come me, non sopporta il calcio, e il cicaleccio vuoto dei commenti del dopopartita, le analisi che sanno di aria fritta intorno ad eventi che dovrebbero essere semplici momenti di agonismo, la psicologia da marciapiede che ingolfa i processi del lunedì, le disquisizioni ripetitive sulla disposizione in campo, sulla tattica, sul fattore campo e tutti i triti luoghi comuni che rimescolati sono sempre gli stessi ogni volta che si sente un commento su una partita; e i capricci di questi fighetti ipertatuati e idolatrati che sono i calciatori; perfino uno come me, dicevo, guardava con simpatia la faccia così normale, così onesta e così pulita di Rino Gattuso.

Poi arriva la notizia: pare che, nell’’ennesimo scandalo del calcio scommesse, sia coinvolto anche lui. La sua reazione mi è piaciuta: ha detto che se dimostrano che è vero, s’’ammazza. Mi fa pensare che sia davvero innocente. Voglio pensare che sia davvero innocente.

Questa povera Italia piena di consiglieri regionali che s’’abbuffano a spese dei cittadini e poi fanno la faccia stupita perche, poverini, non lo sapevano che il loro caviale se lo dovevano pagare coi loro soldi; di politici sfacciatamente disonesti che pretendono di restare in sella perché loro si sentono più uguali degli altri; di magistrati di sorveglianza che danno licenze ad assassini seriali senza prima andare a vedere a chi accidenti stanno dando la licenza; di gente che prima evade le tasse e poi va a schiamazzare in piazza perché le tasse non riesce più ad evaderle, e raggiunge in Jaguar il luogo dello schiamazzo; in quest’’Italia atterrata, atterrita, avvilita, umiliata, prostrata, si sente il bisogno disperato che almeno quel ragazzotto di Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro, che sognava la pescheria, almeno lui, Rino, non abbia tradito i sogni di chi ha creduto, e vuole continuare a credere, che sia pulito.

Rino, per favore: escine pulito.

Giuseppe Riccardo Festa

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