Piangiamo per Saman, un’altra vittima dell’intolleranza e della prepotenza.

Ci sono articoli che vorrei tanto non dover scrivere. Ci sono notizie che vorrei non dover commentare, ci sono persone di cui vorrei non conoscere l’esistenza. Ma purtroppo quelle notizie ci sono e quelle persone esistono e ignorare le une e le altre significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia.

C’è un filo che lega il destino tragico di Seid, l’italiano di origine africana morto suicida a causa della depressione indotta anche dal razzismo di cui era vittima, e quello di Saman, assassinata dalla sua famiglia perché, pur se di origine pakistana, lei si sentiva italiana, voleva vivere libera come un’italiana e fare le sue scelte senza subire il matrimonio con un uomo a lei sconosciuto che quella famiglia intendeva imporle.

Seid è stato vittima dell’ottusità del pregiudizio di chi, anche nella sua famiglia, lo faceva sentire inferiore e diverso a causa del colore della sua pelle; Saman della prepotenza tribale di un clan che pretendeva di farle subire i suoi riti e le sue leggi: il pregiudizio razzista da una parte, il pregiudizio ammantato di prepotenza e di maschilismo, condito di religiosità ottusa e asfissiante, dall’altra. In mezzo, due giovani vite spezzate.

Non esistono le parole capaci di esprimere il disgusto e la ripugnanza che suscita l’idea di un padre e di una madre che decidono di condannare a morte una figlia solo perché vuole essere padrona della sua vita. Non esistono le parole che possono descrivere l’immonda oscenità di uno zio che, strangolata la nipote, parla di “un lavoro ben fatto”. E poi sono scappati tutti, vigliacchi fino in fondo, in quel Pakistan che sicuramente negherà alla nostra magistratura la loro estradizione e dove più che probabilmente, anziché essere esecrati come meritano, quel padre e quella madre staranno ricevendo il plauso e l’approvazione dei loro sodali e parenti, che come loro considerano le figlie come beni di proprietà della famiglia, senza diritti e senza libertà.

Come si fa a definire “genitori” quel padre che ha consegnato la figlia all’uomo che doveva strangolarla e che dopo ha anche avuto il coraggio, così dice il testimone, di piangere per la sua morte, e quella madre che ha commentato che quella era la cosa giusta da fare? Come si fa a parlare di “padre” e di “madre” riferendosi a quelle due persone?

Ma prima di gridare “dàgli al musulmano”, e prima di approfittare di questa tragedia per lanciare l’ennesima campagna di odio verso gli immigrati, ricordiamoci dell’italianissimo Giovanni Brusca, che ha sulla coscienza diecine di omicidi, inclusi quello di Giovanni Falcone e del bambino che ha poi ha sciolto nell’acido; di Alessandro Alleruzzo, il mafioso che ha assassinato la sorella Nunzia colpevole di essersi innamorata del membro di un clan rivale; e di Marco e Gabriele Bianchi, che a Colleferro hanno assassinato a calci e pugni Willy Duarte; e ricordiamoci anche di Seid, ucciso dal razzismo di tanti italiani normali, benpensanti e magari anche devoti cristiani; e dei corpi di quei bambini e di quelle donne che il mare ha ributtato sulle spiagge della Libia, vittime dell’indifferenza dei nostri governi e di noi tutti: i mostri esistono, ma sono anche e forse soprattutto fra noi.

Ricordiamoci, cristiani e non, delle parole di quell’uomo che disse “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”; e invece di rifugiarci nel piccolo e meschino giardinetto del nostro egoismo, pronti a inorridire solo se i colpevoli sono sufficientemente diversi da noi per poi tornare a crogiolarci nell’indifferenza, diamoci da fare in modo concreto, ciascuno nel suo piccolo, perché non si debbano piangere degli altri Seid, delle altre Saman, delle altre Nunzia, e Willy, e cadaveri di bambini e di donne gettati dal mare sulle spiagge della Libia.

Giuseppe Riccardo Festa

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