l’omelia dell’arcivescovo di Rossano-Cariati, mons. Santo Marcianò, pronunciata ieri sera nella cattedrale di Rossano in occasione della 45^ giornata della pace

1 gennaio 2011 Omelia per la giornata mondiale della pace «I pastori poi se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro» (Lc 2,20). Carissimi fratelli e sorelle, come i pastori che ritornano dopo aver contemplato il Bambino nella culla di Betlemme, anche noi ci incamminiamo nei primi passi che questo nuovo Anno ci mette dinanzi, «glorificando e lodando Dio» per tutti quei doni che Egli ha voluto elargirci, ma anche continuando a chiedere tutti quei doni che ancora sembrano mancare alla nostra umanità, quei doni che Egli ci affida perché siamo noi ad inscriverli più incisivamente nella storia umana. Primo fra tutti, il dono della pace. A tutti voi do il benvenuto in questa Cattedrale, salutando in modo affettuoso e particolare le Aggregazioni laicali che si ritrovano come di consueto con il Vescovo: da questo appuntamento voi, carissimi laici, siete esortati a riconoscervi come strumenti importanti, attraverso i quali la Chiesa interviene nel mondo per scrivere pagine di pace nella storia umana, per ricordare quell’annuncio di Betlemme nel quale gli angeli cantavano, assieme alla nascita del Bambino, l’arrivo della pace: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà, agli uomini amati da Dio». Ma tutti gli uomini sono amati da Dio: la pace, dunque, è per tutti gli uomini, la cui volontà diventa buona proprio grazie all’amore di Dio che Gesù viene a portare. Ecco, allora, perché si può chiedere la pace: perché, come diceva Isaia, è Dio stesso che l’ha fatta germogliare sulla terra, facendola germogliare come desiderio e anelito nel cuore umano. L’amore di Dio plasma il cuore umano e lo educa a desiderare e a fare la pace. Ed ecco che comprendiamo perché Benedetto XVI, nel suo Messaggio, lega quest’anno il tema della pace al tema dell’educazione: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace» . È un tema che interpella tutti, perché il Papa si rivolge al mondo intero; è un tema che ci sollecita particolarmente come diocesi, perché noi abbiamo dedicato questo Anno ai giovani certi che, come lo stesso Pontefice sottolinea, la speranza della società rinasce dalla loro capacità di «attesa», dal loro «entusiasmo» e dalla «loro spinta ideale», ma anche dalle «preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo». È interessante che un articolo apparso su “L’Unità” all’indomani della Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio fosse intitolato: «Ratzinger dedica il Messaggio della pace agli “indignados”» . Si tratta forse di un’assolutizzazione, ma non c’è dubbio che la stessa capacità di indignazione, che non è pura protesta né tantomeno violenza, sia qualcosa a cui i giovani stanno richiamando il mondo e tutti noi. Sì, dovremmo ritrovare tutti la capacità di indignarci per combattere, prima di tutto in noi stessi, l’indifferenza o l’adattamento di fronte alle ingiustizie piccole e grandi della società. L’indignazione, se ci pensiamo bene, è un termine che contiene al suo interno la parola “dignità”. È ciò che dovrebbe scattare in tutti, soprattutto nei cristiani, ogni volta che la dignità umana viene contraddetta, lesa, offesa, calpestata. E quante volte questo accade! Nei giovani, l’indignazione pacifica e la preoccupazione per il domani si unisce ad altri atteggiamenti che traducono i loro desideri e le loro apprensioni su molti aspetti: «il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale» . Come rispondere a questi legittimi desideri e a queste comprensibili preoccupazioni? Il Papa ci esorta a cominciare dall’educazione. E, questo, non per evitare i problemi concreti ma proprio per affrontarli a partire dalla radice. «L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare – dal latino educere – significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona» . Sì, la pienezza. Anche la seconda Lettura di oggi ci richiama alla pienezza: «Quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò il Figlio suo, nato da una donna, sottomesso alla legge, affinché riscattasse coloro che erano sottoposti alla legge, affinché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5), ha detto San Paolo. È una Parola che collega ancora pienezza ed educazione: Dio educa il popolo a giungere alla pienezza del tempo e, in essa, ad essere pienamente figlio, pienamente uomo. Allo stesso tempo, come osserva il Papa, il popolo «riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni» . Dio, cioè, educa alla fiducia. È la fiducia l’atteggiamento con il quale il Santo Padre ci esorta ad iniziare il nuovo Anno . Una fiducia nella pace, nonostante le tenebrose situazioni economico-politiche nelle quali il mondo intero sembra piombare: da una parte c’è la storia di una drammatica crisi finanziaria internazionale e dall’altra parte quella che vorrei chiamare una “geografia della violenza, della guerra, del dolore”, come il Papa stesso ha illustrato a Natale nel suo Messaggio Urbi et Orbi, ricordando in particolare alcuni luoghi: la fame e le carestie del Corno d’Africa; le recenti inondazioni in Thailandia e Filippine; i tragici scontri in Siria, Iraq e Afghanistan, in Myamar, nella regione dei Grandi laghi e nel Sud Sudan; il dialogo ancora da ricercare tra Israeliani e Palestinesi… E non possiamo dimenticare le terribili stragi della Nigeria, che hanno insanguinato il Natale dei cristiani, e tutte le altre catastrofi naturali, non ultime le gravi alluvioni in molte regioni d’Italia. Ma, accanto a questa, mi piacerebbe rintracciare un’altra geografia che il Santo Padre ci addita nel suo Messaggio e che chiamerei una “geografia della fiducia e della speranza”: sono quei «luoghi dove matura una vera educazione alla pace e alla giustizia» e che quindi possono, attraverso la formazione del mondo giovanile, cambiare veramente il mondo. «Anzitutto la famiglia,… cellula originaria della società», nella quale «i figli apprendono i valori umani e cristiani che consentono una convivenza costruttiva e pacifica… la solidarietà fra le generazioni, il rispetto delle regole, il perdono e l’accoglienza dell’altro» . Ma la famiglia, oggi, è minacciata da condizioni che non ne consentono una doverosa difesa in ambito sociale. È forte la denuncia del Papa: «Condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, ritmi di vita frenetici, migrazioni in cerca di un adeguato sostentamento, se non della semplice sopravvivenza, finiscono per rendere difficile la possibilità di assicurare ai figli uno dei beni più preziosi: la presenza dei genitori; presenza che permetta una sempre più profonda condivisione del cammino, per poter trasmettere quell’esperienza e quelle certezze acquisite con gli anni, che solo con il tempo trascorso insieme si possono comunicare» . Benedetto XVI si rivolge direttamente «ai responsabili politici, chiedendo di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare», ma anche ricordando loro con forza la propria responsabilità educativa e morale: «Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti» . Ed è proprio così: la crisi che stiamo attraversando non è solo politica o economica: è antropologica e morale. E poi le altre istituzioni educative, che alla famiglia si devono affiancare: il Papa non le nomina direttamente ma potremmo qui ritrovare, in modo particolare, quei compiti affidati a voi laici nel mondo della scuola, nelle comunità parrocchiali, nei gruppi e movimenti ecclesiali, nelle strutture di volontariato; ma potremmo ritrovare quei luoghi dei quali troppo spesso si dimentica la vocazione educativa: penso in modo particolare alla realtà delle carceri, il cui dramma ho avuto modo di denunciare nell’Omelia della Notte di Natale; e penso a tutte le strutture deputate all’accoglienza e alla cura della vita umana. Quante volte sono proprio questi ambienti a rinnegare la loro vocazione educativa, diventando essi stessi luoghi in cui la persona umana viene dimenticata, violata, costretta a vivere in condizioni disumane, addirittura eliminata, anche prima della nascita o prima della morte naturale! Educare alla vita è il primo orizzonte nel quale ogni educazione si innesta. «Riconoscere con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona – leggiamo nel Messaggio del Papa -. Perciò, la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore e, di conseguenza, ad avere un profondo rispetto per ogni essere umano e aiutare gli altri a realizzare una vita conforme a questa altissima dignità. Non bisogna dimenticare mai che l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione, inclusa quella trascendente, e che non si può sacrificare la persona per raggiungere un bene particolare, sia esso economico o sociale, individuale o collettivo» . Ed è proprio questo monito a ricordare l’importanza dell’educazione alla trascendenza che Papa Benedetto rivolge con forza ad altre realtà educative, esortandole ad accompagnare i giovani «a scoprire la propria vocazione» e «a gustare la gioia che viene dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo» . Tra le istituzioni educative, il Papa non manca di annoverare il «mondo dei media», notando come sia «importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona». L’educazione, in definitiva, risulta fluida, laddove ciascuno, compiendo con onestà il proprio dovere, diventa testimone e maestro. Ma anche i giovani devono recepire la lezione: «devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano.[…]. Anch’essi sono responsabili della propria educazione e formazione alla giustizia e alla pace!» . Ma come avviene in concreto questa educazione e formazione? Attraverso le parole di Benedetto XVI, potremmo disegnare ancora un’altra geografia che, stavolta, vorrei chiamare una “geografia interiore”. L’educazione alla pace, potremmo dire, è solo un tassello di un mosaico. Bisogna, cioè: 1. Educare alla vita e alla trascendenza, come abbiamo già precedentemente ricordato. 2. Educare alla verità e alla libertà. Non educa chi non si confronta con la verità dell’uomo, alla quale la libertà è orientata. «Per esercitare la sua libertà, l’uomo deve dunque superare l’orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male». Solo così l’uomo è libero: «non sei più schiavo ma figlio; se figlio, sei anche erede in forza di Dio» (Gal 4,7), ci ha ricordato la seconda Lettura, richiamandoci alla verità creaturale, garanzia della libertà dei figli di Dio. «Solo nella relazione con Dio – spiega il Papa – l’uomo comprende anche il significato della propria libertà. Ed è compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà. Questa non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà. L’uomo, invece, è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio. L’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Lui» . 3. Educare la coscienza morale: la pace nasce da coscienze liberate dal riconoscimento della verità e del bene. È il sentiero per il quale la pace non può non passare. Quante volte si inneggia alla tolleranza ma ci si ribella quando si parla di legge morale: invece, «nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso. Per questo, l’esercizio della libertà è intimamente connesso alla legge morale naturale, che ha carattere universale, esprime la dignità di ogni persona, pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, e dunque, in ultima analisi, della convivenza giusta e pacifica fra le persone» . 4. Educare alla giustizia. Da questi presupposti, deriva una concezione della giustizia che, ci ricorda Benedetto XVI, non è semplicemente «contrattualistica» ma apre all’orizzonte «della solidarietà e dell’amore». Paradossalmente, infatti, è proprio quell’interpretazione del mondo sostenuta da «principi economici razionalistici ed individualisti» che soffoca la giustizia, sradicandola da quella trascendenza che assicura ai rapporti umani, anche ai rapporti sociali, un respiro «di gratuità, di misericordia e di comunione» . 5. Educare al senso di Dio e della Sua Provvidenza. Ecco, allora, perché bisogna guardare in alto. Bisogna rivolgere lo sguardo a Dio, dal quale viene ogni aiuto e ogni dono, prima di tutto il dono della pace. Papa Benedetto conclude così il suo Messaggio, ripetendo ai giovani l’appello accorato ed entusiasmante che aveva gridato nel 2005 alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia: «Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore? E l’amore – aggiunge il Papa – si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13)» . Carissimi fratelli e sorelle, educare alla vita e alla trascendenza, alla verità e alla libertà, alla coscienza morale e alla giustizia; educare a saper rivolgere lo sguardo a Dio, riconoscendosi suoi figli. Sono i punti cardinali di una vera educazione alla pace, quei punti che possono permettere di ricostruire un mondo più giusto a partire da quella che, nella mia Lettera Pastorale, ho voluto definire «La ricchezza educativa». In una società disorientata, i giovani hanno bisogno di questi punti cardinali, per ritrovare l’orientamento e la speranza nel futuro. «La terra ha dato il suo frutto», canta oggi il Salmista; e la speranza nasce da questa certezza. Sì, dalla terra coltivata con amore germoglia il frutto della giustizia e della pace. Dal cuore umano plasmato ed educato, nasce la pace vera, quella che il Dio Bambino ha portato nascendo nel cuore dell’uomo. La terra darà il suo frutto di pace, cari amici, se noi sapremo coltivare, curare, educare: ogni atto che la Chiesa compie è un atto educativo, perché mira a tirar fuori dall’uomo la bellezza della sua verità e perché è un atto di maternità. Ce lo insegni Maria, che proprio oggi celebriamo nel suo essere Madre di Dio. A Lei affidiamo l’invocazione della pace e la cura dei nostri giovani. E, attraverso di Lei, chiediamo che in questo Anno che inizia, «ci benedica Dio, il nostro Dio». Così sia! E buon Anno.

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