Lo Stadio Massimo Russo nel degrado. Il Comune si sveglia tardi, le società tacciono. E il rispetto?

di Michele Amantea


Crosia – Quello che vediamo oggi non è solo un campo sportivo in stato di abbandono. È il simbolo di una comunità che ha smesso di vigilare, che ha smesso di prendersi cura dei suoi spazi. Lo Stadio Massimo Russo non si è ridotto così in una notte. È il risultato di anni di incuria da parte del Comune di Crosia, che solo ora, a campionati conclusi, lancia proclami e si scopre indignato.

Ma dov’era il Comune negli ultimi anni, quando la manutenzione ordinaria veniva sistematicamente ignorata? Dov’erano i controlli, gli interventi, le verifiche sullo stato dell’impianto? È troppo comodo oggi pubblicare qualche foto e annunciare lavori straordinari, dopo che per troppo tempo nulla è stato fatto per proteggere questo bene pubblico.

Lo stadio è stato lasciato senza gestione, senza sorveglianza, senza manutenzione. Un impianto comunale ridotto a campo di battaglia, dove le porte degli spogliatoi vengono divelte, i bagni devastati e le aree comuni trattate con totale mancanza di rispetto.

E qui si apre un’altra riflessione, altrettanto necessaria: le società sportive che usufruiscono dell’impianto, dove sono?

La Scuola Calcio Elisir ha almeno avuto il coraggio di esporsi, dissociandosi da quanto accaduto e rivendicando il proprio comportamento rispettoso nel corso della stagione. Pur non essendo esente da interrogativi — soprattutto educativi — ha fatto un passo avanti, spiegando la propria posizione e documentando il proprio operato.

Ben più grave, invece, è il silenzio totale di due società che da anni utilizzano lo Stadio Massimo Russo come campo base: la Real Sorrento e la Mirto Crosia Credevi. Da loro, nessuna nota ufficiale, nessuna presa di distanza, nessun segnale di responsabilità.

In una situazione così delicata, tacere è peggio che parlare male. Perché chi resta in silenzio di fronte al degrado, lo accetta. Chi non denuncia, tollera. E chi usufruisce di un impianto pubblico senza preoccuparsi della sua condizione, non è degno di rappresentare lo sport in questa comunità.

Ci sono atti di vandalismo evidenti, ripetuti. C’è una cultura del “non è competenza mia” che ha contagiato tutti. E c’è, soprattutto, una gravissima mancanza di educazione civica e sportiva. Perché se oggi degli adolescenti spaccano porte, distruggono rubinetti e lasciano rifiuti ovunque, la colpa non è solo loro. È anche di chi dovrebbe formarli, guidarli, sorvegliarli.

Lo sport non è solo allenamento e risultati. È prima di tutto rispetto per le regole, per gli spazi, per le persone. E se questo rispetto manca, è fallita la missione educativa delle società che dovrebbero incarnarlo.

Il Comune, oggi, annuncia regolamenti, tariffe e chiusure temporanee. Ma il problema non si risolve con le multe o con la burocrazia. Si risolve con una presenza costante, con manutenzione seria, con un piano di gestione trasparente e partecipato.

E si risolve — soprattutto — con il coraggio di dire le cose come stanno: lo stadio è stato abbandonato da chi doveva curarlo e devastato da chi doveva rispettarlo.

Se vogliamo davvero ripartire, serve un’assunzione collettiva di responsabilità. Chi resta in silenzio, oggi, non è neutrale. È complice.

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