Laura Pausini e “Bella ciao”, ovvero le ragioni del portafoglio.

Forse chi ha avuto la pazienza di leggere le mie cronache da Sanremo ricorda che non ho una gran stima della pur acclamata, pluripremiata, amata e vezzeggiata Laura Pausini, che a mio modesto avviso dimostra la validità di un assunto: la quantità esclude la qualità. Nel suo caso, la grande quantità di successo esclude, a mio criticabilissimo parere, la qualità artistica: le canzoni della Pausini sono l’apoteosi del prodotto commerciale, realizzato non da artisti ma da esperti di marketing e dalla medesima interpretate con l’occhio sempre proteso ai gusti del consumatore e non a quelli dell’intenditore.

Non mi ha sorpreso, perciò, il rifiuto della Pausini di cantare “Bella ciao” in una popolare trasmissione televisiva spagnola: proprio come gli autori delle sue canzoni, la Pausini ha le idee chiare in materia di marketing; i suoi ideali sono tutti concentrati sul mercato dei fruitori delle sue canzoni, che come il Movimento 5 Stelle delle origini non sono né di destra né di sinistra, sono semplicemente minestre musicali buone per tutti i palati, infarcite dei soliti luoghi comuni fatti di cuori, amori, dolori, baci, abbracci, addii e della tipica e frusta paccottiglia pseudo-artistica che un tempo caratterizzava le canzoni del festival di Sanremo e che comunque va bene dappertutto.

Mai, dunque, Laura Pausini si alienerebbe una parte del suo pubblico. Le hanno detto che “Bella ciao” è una canzone politica, e per giunta una canzone comunista, e poco conta che invece sia una canzone patriottica, un inno alla libertà e all’indipendenza che fu cantato da monarchici, repubblicani, cattolici, atei, democristiani e, sì, anche comunisti: da tutti, insomma, salvo che dagli invasori e dai loro sodali nostrani. Probabilmente, la Pausini il testo di “Bella ciao” manco lo conosce: sa che “è divisivo” e tanto basta, perché per lei conta il suo pubblico e il suo pubblico lei non lo vuole dividere. Dunque si guarda bene dallo schierarsi: il suo pubblico deve continuare ad ascoltare la sua paccottiglia infarcita di cuori, amori, dolori, baci, abbracci e addii: guai, se qualcuno sospettasse che la Pausini è schierata politicamente, e per giunta “coi comunisti”: le vendite calerebbero, le adunate oceaniche dei suoi concerti si svuoterebbero, gli introiti si immiserirebbero.

Dal suo punto di vista ha ragione: quando c’è di mezzo il portafogli non ci sono stendardi che tengano. Lo stendardo, però, sospetto che lo dovrà seguire, un giorno, quando si unirà alla folla degli ignavi “che mai non fur vivi”, insieme a quel cattivo coro “degli angeli che non furono ribelli né fur fedeli a Dio ma per sé foro”.

Quelli a proposito dei quali, passandogli vicino, un grande poeta disse a un altro grande poeta: “Non ragioniam di lor ma guarda e passa”.

Giuseppe Riccardo Festa

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