L’ARRESTO DI FAZZOLARI: BENE, MA NON BASTA

Una cosa che salta subito all’occhio osservando le immagini dell’arresto di un mafioso, uno ‘ndranghetista, un camorrista o un affiliato a qualcun’altra delle troppe associazioni a delinquere che infestano la nostra povera Italia, è l’espressione degli interessati quando, affiancati da due agenti che li tengono per i gomiti, escono dal luogo dell’arresto o sono trasferiti da un tribunale a un carcere.

Non c’è, in loro, alcun cenno di disagio per le manette che hanno ai polsi né di fastidio per la mano dell’agente che preme loro la testa mentre salgono in auto. Al contrario sono sfrontati, altezzosi, spesso irridenti. E camminano a testa alta, guardandosi intorno fieri e orgogliosi.

I delinquenti “normali”, tipo i funzionari corrotti e i politici beccati a prendere o chiedere mazzette, e gli affaristi che corrompono, al momento dell’arresto si nascondono il volto. Lo stesso fa l’assassino non professionista, quello che ha appena massacrato la ex, o la moglie, o la fidanzata, o ha stuprato un bambino o una donna; e perfino il professionista, il “normale” rapinatore, cerca di non essere riconosciuto: sa di essersi comportato da delinquente, o almeno in quel momento se ne rende conto; e cerca di non farsi vedere, auspicabilmente per la vergogna.

Loro, i mafiosi, no: loro non si considerano delinquenti. Si considerano, se mai, concorrenti: concorrenti dello Stato, al quale contendono il controllo del territorio, dell’economia, degli affari e delle vite. Se ne infischiano dei codici e delle leggi dello Stato perché, di leggi e codici, hanno i loro.

È questo il lato terribile della loro mentalità: hanno ucciso, rubato, estorto ed hanno oppresso e asfissiato un territorio; ma si sentono la coscienza tranquilla perché in base ai loro parametri hanno agito nel rispetto delle regole.

Ci sono cresciuti, con questa mentalità; e viene da dubitare che, anche ammesso che ci provasse, il sistema carcerario possa rieducare quelle persone e rimuovere dalla loro mente quel sistema di disvalori che essi, al contrario, considerano un sistema di valori. Bene fa Roberto Saviano a mettere continuamente in evidenza che il problema delle mafie sta nell’ambiente, soprattutto psicologico, in cui esse allignano. Il gaudio espresso dal premier Matteo Renzi per l’arresto di Ernesto Fazzolari è legittimo ma insufficiente, perché le mafie non si possono sconfiggere soltanto con la repressione, per quanto utile ed efficiente essa possa essere.

Le mafie (è stato detto e ridetto, ma giova ripeterlo) si sconfiggono rimuovendo le condizioni che, in territori come la nostra Calabria, fanno sì che queste gramigne possano attecchire e diffondersi: prima di tutto con una politica onesta ed efficiente e non autoreferenziale e sterile; e poi con programmi di vero sviluppo, e con una scuola che davvero educhi i cittadini a sentirsi tali: a sentirsi parte dello Stato e non, come purtroppo oggi succede spesso, sue vittime.

Solo così l’Ernesto Fazzolari di turno, al momento dell’arresto, si sentirà costretto a tenere gli occhi bassi e a vergognarsi del suo passato. Altrimenti continuerà a mostrarsi fiero e orgoglioso e a destare l’ammirazione di coloro che i delinquenti come lui non li considerano assassini e sfruttatori ma al contrario vendicatori, perfino giustizieri ed eroi; e, quel che è peggio, esempi da imitare.

 

Giuseppe Riccardo Festa

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