■Antonio Loiacono
A Pietrapaola non è successo nulla di clamoroso: la carcassa di un esemplare appartenente alla famiglia delle Cheloniidae, rinvenuta il 14 gennaio scorso, è ancora lì, esposta a giorni che passano senza firma, senza urgenza, senza una decisione che abbia il coraggio di diventare gesto.
Ed è proprio questo il problema.
Una tartaruga marina è morta. Poi è stata segnalata. Poi è stata vista. Poi è stata coperta. Poi è stata promessa una rimozione. Poi sono passati cinque giorni. E la tartaruga è rimasta lì. Immobile(!), esposta, presente. Come una pratica lasciata aperta su una scrivania che nessuno sente più urgente. La Caretta caretta non è morta una volta sola. È morta biologicamente, come accade agli esseri viventi.
Poi è morta amministrativamente, quando la sequenza di competenze ha iniziato a rallentare fino a fermarsi.
Ora rischia la terza morte, la più subdola: quella narrativa, quando un fatto resta sotto gli occhi di tutti e smette di generare responsabilità, diventando sfondo.
Il mare, in questa storia, non ha il ruolo dell’imputato.
Non accusa, non spiega, non si difende. Assomiglia piuttosto a un vecchio archivista stanco: conserva tutto, senza ordine apparente, e a volte restituisce un documento. Lo posa sulla riva. Aperto. Senza note a margine: la tartaruga è quel documento!
Un fascicolo scritto molto prima dell’uomo, prima dei regolamenti comunali, prima dei rimpalli di competenza. Un corpo che non chiede autorizzazioni per esistere né permessi per smettere di farlo.
Quattro giorni ferma sulla spiaggia non sono un semplice ritardo operativo, sono una frase lasciata a metà.
Un pensiero che nessuno ha avuto il coraggio — o la prontezza — di concludere.
Le istituzioni, quando funzionano, somigliano a un sistema nervoso efficiente: ricevono un segnale, reagiscono, muovono la realtà.
Quando non funzionano, diventano anestesia.
Qui non c’è stato un errore macroscopico, né una colpa gridata: c’è stata una perdita di sensibilità.
Lo stimolo c’era: una carcassa di specie protetta su una spiaggia frequentata.
La risposta, no!
La tartaruga è rimasta lì come un test neurologico fallito: stimolo presente, risposta assente.
Viene in mente quella riflessione sulla banalità del male, ma qui il livello è ancora più sottile. Non il male, bensì la banalità del “poi”.
Poi passiamo. Poi sistemiamo. Poi il vento. Poi il mare se la riprende.
Il “poi” è il tempo preferito delle responsabilità quando vogliono diventare invisibili.
Se questa vicenda fosse una scena cinematografica, sarebbe girata con un’inquadratura fissa. Nessuna musica. Solo il rumore del vento che cresce giorno dopo giorno. La tartaruga sul bordo dell’immagine, come un errore che il regista ha deciso di non tagliare. Il vero protagonista non è il corpo, ma il vuoto che lo circonda.
Non è una storia di incuria ambientale, almeno non nel senso più ovvio. È una storia di tempo lasciato marcire.
L’ambiente non muore soltanto per l’inquinamento o per gli atti violenti. Muore anche quando nessuno sente l’urgenza di intervenire, di togliere un corpo dalla vista del mondo, di assumersi il peso di un gesto semplice ma necessario.
La Caretta caretta è protetta dalla legge, ma una legge senza mani che agiscono!
Resta un animale riconoscibile, rispettato a parole, inutile nella pratica.
Se il vento aumenterà, la carcassa tornerà in mare, un mare inteso non come salvezza, ma come rimozione.
E qualcuno potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo: il problema non si vede più. Ma il mare ricorda.
Ha una memoria lunga, circolare, ostinata. Restituisce sempre ciò che non sappiamo — o non vogliamo — gestire.
La domanda, ormai, non è perché una tartaruga sia morta, la domanda è perché, sapendo tutto, abbiamo accettato che restasse lì!
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