In morte di un mafioso

E così è morto pure lui. Chissà se negli ultimi istanti, prima che la sua mente si spegnesse, Riina Salvatore ha avuto un momento non dico di pentimento, ma di consapevolezza? Chissà se gli sono sfilati davanti alla mente i nomi e i volti delle diecine e diecine di uomini, donne, bambini, di cui ha ordinato la morte? E chissà se si è reso conto, in quel momento estremo, di quanto futili ed effimeri siano stati il suo potere e il suo deprecabile regno?

Si sarà chiesto quale senso abbia avuto la sua vita, trascorsa quasi tutta fra un nascondiglio e l’altro, spesso in tane fatiscenti e buie e poi, per oltre vent’anni, in carcere? Si sarà chiesto se le lacrime e il sangue che ha versato e fatto versare, nel nome di un potere che ha sì esercitato, ma non si è mai goduto, valevano poi davvero la pena di essere versati?

Forse, anzi quasi certamente, no. La psicologia degli individui come Riina Salvatore non prevede il rimorso, né il pentimento, e meno ancora la capacità di valutare il valore reale delle cose: quello che conta, per gente come lui, è il feticcio astratto di quel potere davanti al quale ogni altro valore – umano, affettivo, morale – deve inchinarsi.

Eppure vorrei tanto che un guizzo di consapevolezza lo abbia colto. Vorrei tanto che in quel momento supremo Riina Salvatore, solo, vecchio, malconcio e malato, abbia provato il senso lancinante di cosa abbia veramente significato la sua, come la vita di ogni mafioso, ‘ndranghetista, camorrista.

Perché per quanto potenti, ricchi, riveriti o adulati si possa essere, alla fine tutti bisogna attraversare quel cancello: la luce si spegne e di quel potere, di quella ricchezza, di quella riverenza e di quelle adulazioni non resta più niente.

È questo il mio estremo augurio per Riina Salvatore: che la morte non lo abbia colto nell’inconsapevolezza del sonno. Che, in una sia pur infinitesimale frazione di secondo, il capo dei capi di Cosa Nostra abbia avuto il tempo di fare un bilancio della sua vita.

E di accorgersi, proprio in quel supremo istante, di quanto quella vita, come la vita di qualunque altro mafioso, camorrista o ‘ndranghetista, al di là della sua spietata ferocia, sia stata per lui stesso meschina, inutile e miserabile.

Giuseppe Riccardo Festa

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