Il dilemma del 5 per mille

Con l’otto per mille, per quanto mi riguarda, il problema non si pone. Non voglio offendere nessuno, ma quando in TV passano gli spot strappalacrime della Chiesa cattolica, con i loro “chiedi a questo, chiedi a quello”, mi viene da dire: e già che ci sei, chiedi pure al cardinale Bertone, quello del superattico in centro a Roma, o a quell’altro vescovo, che non mi ricordo come si chiama: quello che prima stava a Montecassino e usava i soldi – tanti soldi – dell’Abazia per andare in Germania a spassarsela nei night e a cercare i femminielli.

A parte questo, è stra-ri-ultra-extra-risaputo che la gran parte dei soldi – tanti soldi – che la Chiesa cattolica incassa con l’otto per mille finisce nella gestione della Chiesa medesima, e solo una quota modesta ne viene utilizzata davvero per opere assistenziali.

No, lo ripeto: con l’otto per mille, per quanto mi riguarda, il problema non si pone. Conosco la Chiesa Valdese, so quanto è seria e onesta, so che lei i soldi li usa davvero per aiutare chi ha bisogno e il mio obolo, per quello che vale, lo do a lei.

Col cinque per mille, invece, la faccenda è diversa. Ci sono miriadi di enti, associazioni e istituti che svolgono un’attività nobile e insostituibile di ricerca, o di assistenza e di sostegno a malati, disabili e sfortunati. Sceglierne uno significa dire di no a tutti gli altri, e questo fa male.

La Lega del Filo d’oro assiste i sordo-ciechi dalla nascita; la Fondazione Veronesi fa ricerca sul cancro; Telethon fa ricerca sulle malattie genetiche rare; Medici Senza Frontiere e Emergency danno assistenza alle vittime della povertà e delle stupide guerre che insanguinano il mondo. Per non citare che i più famosi. Come scegliere? Non mi sogno nemmeno di dare suggerimenti o consigli: ognuno lo faccia secondo la sua sensibilità e le sue priorità.

Io, da sempre, opto per Emergency. Non solo: spero anche che allo scorbutico, incazzoso, generoso e instancabile Gino Strada si decidano a dagli il Nobel per la pace. Sono sicuro che non appena riceverà l’assegno dal re di Svezia lo girerà all’amministratore della sua ONLUS: per fondare un nuovo ospedale da qualche parte, in Africa o in Afghanistan, o in Siria, o per creare un reparto di pediatria, o di chirurgia, o di maternità in qualcuno dei tanti ospedali che già gestisce in quei Paesi, oltre al centri di assistenza che ha dovuto fondare anche qui da noi, in Italia, dove facciamo finta che i poveri e i bisognosi non esistano mentre invece esistono, eccome, e – come i bambini, le donne e i vecchi che languiscono nei fangosi centri profughi  al confine tra Siria e Turchia – rimproverano le nostre coscienze addormentate e la nostra voglia di non pensarci, di far finta di niente, e di lasciare che di questi morti di fame si occupi “lo Stato”, o “l’Europa”, o il diavolo che se li porti.

Quasi che non sapessimo che dietro le miserie di casa nostra e dietro gli orrori di quelle guerre ci sono anche, e pesantissime, responsabilità di noi tutti: perché, al di là del colonialismo, e dello sfruttamento, e del cinismo dei politici, l’indifferenza è una responsabilità gravissima e imperdonabile.

È per questo che scelgo Emergency: perché loro, le responsabilità che abbiamo, non se le dimenticano. E quando vanno ad aiutare quella gente non lo fanno per spocchiosa carità ma per sincera, spontanea, coraggiosa e nobilissima generosità.

Giuseppe Riccardo Festa

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