Come l’orchestra del Titanic

Ed io contavo i denti ai francobolli;
dicevo: «grazie a Dio», «buon Natale»:
mi sentivo normale.

Questo Fabrizio De André fa dire al suo impiegato che durante il Maggio francese, quello che poi portò alle rivolte studentesche un po’ dappertutto in Europa, d’improvviso si rende conto di essere la persona sbagliata, nel tempo sbagliato, al posto sbagliato.

Guardando a quello che succede nel mondo, con due pazzi egotici e presuntuosi come Trump e Kim che fanno a gara a sfidarsi a suon di minacce lungo un sentiero sempre più in discesa che li costringe ad alzare continuamente la posta, col rischio che poi per non perdere la faccia finiscano per rovesciare davvero il tavolo, mi viene da pensare che forse un po’ noi tutti ci stiamo comportando come l’impiegato di De Andrè.

O come l’orchestra del Titanic che, mentre la nave affondava, nel salone di prima classe continuava a suonare come se niente fosse.

Ci lamentiamo del governo e dell’opposizione, delle tasse, dei prezzi; alcuni, non saprei dire se più fantasiosi o più malati, temono le scie chimiche e i metalli pesanti nei vaccini; altri si lamentano degli immigrati che sono troppi, altri perché gli immigrati non sono più accolti; altri ancora promettono riduzioni delle tasse e redditi di cittadinanza, da finanziare con soldi che non ci sono o forse con quelli del Monopoli; poi Renzi dice che le cose vanno benissimo per merito suo, e Brunetta gli risponde che invece le cose vanno malissimo, e per colpa sua.

Insomma, ordinaria amministrazione: viviamo come se tutto fosse normale, lamentandoci per quello che non va; e se anche qualcosa va ci lamentiamo lo stesso, perché lamentarci in fondo ci piace. Accogliamo distrattamente, quasi ignorandole, le notizie che arrivano dalla Corea del Nord, dagli USA e dall’ONU, dalla Cina e dalla Russia, con la tensione che continua a salire.

Non so voi, miei affezionati ventiquattro lettori, ma io invece un certo disagio lo sento, e lo sento anche montare; e non posso dire di dormire proprio proprio tranquillo, la notte.

Ma poi la mattina ritrovo il solito Di Maio, il solito Renzi, il solito Salvini; e poi Berlusconi, Di Battista, e la destra rampante e la sinistra schizzinosa, Grillo e Meloni, la nazionale di calcio, la formula 1 e compagnia cantante e scuoto le spalle: tutti, nella farsa, sembrano recitare il proprio ruolo come se non ci fosse, sopra tutte le teste, quella spada, la stessa che Damocle si vide pendere sopra, legata a un fragile e sottile crine di cavallo, mentre banchettava circondato da etere ed efebi.

Tutti sembrano dirsi: se c’è rimedio, perché preoccuparsi? E se il rimedio non c’è, a che serve preoccuparsi? E incuranti dell’acqua che entra da tutte le parti vanno dal direttore dell’orchestra e gli chiedono il bis del vero inno nazionale italiano:  “Fin che la barca va…”.

E se la barca affonda? Non ci pensiamo: domani è un altro giorno, si vedrà.

Giuseppe Riccardo Festa

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