Ci mancava il Black Friday

Mi sono informato: il Black Friday è il venerdì che segue il Thanksgiving Day, ossia il Giorno del Ringraziamento, che cade il quarto giovedì di novembre ed è inteso come giorno – appunto – di ringraziamento al Padreterno per il raccolto e per il bene ricevuto durante l’anno trascorso; è a partire dal Thanksgiving Day, inoltre, che negli USA comincia il periodo natalizio che  oltre a rivestire alberi, portoni e androni con festoni, luci e addobbi vari assecondando l’universale ubriacatura di cattivo gusto che a fine anno stordisce un po’ tutti, consiste (chi è capitato a New York in questo periodo lo sa) nel diffondere fino alla nausea dappertutto – negli ascensori, nei ristoranti, nei supermercati e perfino nei bagni e nei parchi pubblici –  stucchevoli e dolciastre canzoni natalizie.

Un tempo gli americani, nel rispetto della loro tradizione puritana e protestante, festeggiavano questo giorno con grandi preghiere e grandi mangiate di tacchino arrosto. Poi, vuoi perché sono diventati meno puritani, vuoi perché è di moda “perdonare” i tacchini, entrambe le usanze sono andate un po’ in declino, sostituite dalla smania degli acquisti: ed ecco che è nato il Black Friday.

Il nome sinistro (Venerdì nero) potrebbe far pensare a qualche romanzo di Steven King, a vergini sgozzate, bambini trucidati, o al limite crolli in borsa; e invece niente di tutto questo: molto più semplicemente, si tratta dell’ennesima scusa per darsi alle spese pazze. Le grandi catene di vendita, dai supermercati ad Amazon, promettono grandi sconti, roba che manco Poltrone&Sofà; e per qualche giorno tutti, giulivi e contenti, si buttano a comperare.

Comperare che cosa? Non importa. L’importante è spendere, far girare l’economia e dare linfa ai mercati. Sugli esiti del Black Friday, gli analisti e gli esperti di borsa fondano poi le loro previsioni per i mesi a venire.

E noi? Noi, come al solito, ci accodiamo. La nostra capacità creativa si è spenta da un pezzo, e per fare qualcosa di diverso non sappiamo fare di meglio che imitare le mode made in USA. Così qualunque cosa arrivi dall’altra sponda dell’Atlantico, furba o scema che sia, noi la accogliamo con acritico entusiasmo. E dopo il jazz, il rock & roll, la gomma da masticare, il boogie-woogie, il surfing, Halloween e – ahinoi – il rap (suoni e abbigliamento), adesso è arrivato anche il Black Friday.

C’è qualcosa di torbidamente affascinante in questa pulsione a comperare non perché quello che si compera effettivamente serva, ma solo perché il prezzo è scontato, ammesso che scontato lo sia davvero (io propendo a pensare che in realtà sia gonfiato nel resto dell’anno).

Comunque sia, miei affezionati ventiquattro lettori, io resisto. Ho ancora il vizio di fare acquisti quando di ciò che compero ho bisogno, non quando qualcuno mi invita a spendere, così come di ascoltare la musica che piace a me e non quella imposta dalle radio, di vestirmi come voglio io e non come decide l’ultimo grido della moda, di leggere i libri che mi scelgo e non quelli che vincono premi letterari… Come dite? Sono un individualista esasperato, ipercritico verso le regole della società in cui vive?

Grazie. Spero che non lo diciate solo per farmi piacere.

Giuseppe Riccardo Festa

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