CATTIVI FIGLI DA PESSIMI PADRI

Poco importa dove è accaduto, perché tanto sarebbe potuto accadere dovunque. È una storia che si ripete: un disabile viene aggredito da due studenti tredicenni, nel cortile della scuola, e intanto altri due loro compagni riprendono la scena con smartphone e tablet.

In questo caso la scena non è finita su Youtube, per fortuna, perché un’’insegnante, quando s’è accorta della cosa, è intervenuta ed ha sequestrato gli strumenti di ripresa. Il preside della scuola ha denunciato il fatto ai carabinieri, c’’è stata una breve indagine, ed i quattro sono stati condannati dal Tribunale dei minori ad un percorso rieducativo: colloqui settimanali con assistenti sociali e psicologi, e, quasi in una sorta di contrappasso, obbligo di produrre un video sul bullismo e a diffonderlo in alcune scuole del circondario.

Una punizione esemplare, a mio avviso, e giusta: educativa e formativa. Ma come al solito, un genitore insorge: il padre di uno dei quattro, che per giunta fa l’’insegnante, pur condannando l’’aggressione ritiene però che la punizione sia troppo dura. Anche perché, afferma, suo figlio non era tra i picchiatori, ma stava “solo” filmando la scena. E poi, insiste, il paese è piccolo, la gente mormora, ci si conosce, che diavolo, poverino, il mio bambino è sulla bocca di tutti.

Sono i padri come questi a generare dei mostri. Un padre che veramente capisca cosa vuol dire amare un figlio, al suo avrebbe dato una strigliata aggiuntiva. Gli avrebbe spiegato che la violenza sui più deboli è vile, ma ancora più vile è chi a questa violenza assiste senza reagire o, peggio, la considera solo come uno spettacolo, da registrare per riguardarlo con gli amici, per ridere insieme dello “scemo” che si è preso qualche spintone. Gli avrebbe detto che suo dovere sarebbe stato di intervenire in difesa dell’’aggredito, magari anche a rischio di subire anche lui la violenza dei bulli.

Invece no: si è preoccupato di “cosa dirà la gente” e della sofferenza psicologica del povero figlioletto che le mani, lui, non se le era sporcate: s’’era limitato ad assistere, che diamine.

A quel padre vorrei chiedere cosa pensa dei tedeschi che nel 1938, durante la tristemente famosa Notte dei Cristalli, assistevano ai pestaggi di ebrei e al saccheggio dei loro negozi: li considera forse meno colpevoli dei picchiatori che svolgevano la parte attiva del pogrom? Non crede che anche loro, se avessero avuto uno smartphone, avrebbero registrato la scena?

Quel padre ha un’’idea decisamente deleteria di cosa vuol dire educare veramente un figlio: l’’idea della difesa a oltranza, contro ogni evidenza e ogni ragione. Come lui si comportano i genitori che, se il bambino va male a scuola, danno la colpa all’’insegnante. Che coprono i figli di gadget tecnologici, ma non propongono loro insegnamenti basilari per il loro corretto sviluppo psicologico: cose come il rispetto per gli altri, il dovere della solidarietà e soprattutto il rifiuto della violenza.

Violenza che non si pratica solo esercitandola personalmente ma anche avallandola, e rassicurando così i violenti, che si sentono legittimati nei loro comportamenti, e diventano dei miserabili eroi del lato oscuro di Facebook e Youtube.

Quel padre ha presentato un ricorso per ottenere quella che lui ritiene giustizia per il figlio. Io, pure farei ricorso, se mio figlio fosse un suo studente. Ne chiederei l’’immediato trasferimento in un’’altra sezione, con la speranza che incontrasse insegnanti più consapevoli dell’’enorme responsabilità che incombe su chi ha dei figli.

Ai quali, oltre che amore e coccole, bisogna dare una vera, solida e civile educazione.

Giuseppe Riccardo Festa

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