ANNIBALE PASSAVA MEGLIO!

In provincia di Cosenza il miracolo dell’asfalto arriva con la carovana rosa. Per i cittadini delle aree interne, invece, resta il percorso a ostacoli quotidiano

Antonio Loiacono

C’è un prodigio amministrativo che meriterebbe studio, forse anche una cattedra universitaria. Accade in provincia di Cosenza e consiste nella capacità di vedere le buche solo quando passano le telecamere. Per il resto dell’anno restano lì, profonde, pazienti, democratiche: una per ciascuno.

Nelle aree interne (Terravecchia, Scala Coeli. Campana e così via) tra i territori della Sila Greca e le strade che dovrebbero unire paesi, famiglie, economie locali e servizi essenziali, la viabilità provinciale somiglia da tempo a un archivio archeologico del dissesto. Asfalti slabbrati, carreggiate ridotte a ipotesi, curve che sembrano disegnate da un geometra in lite con la fisica, frane che avanzano con calma contadina e segnaletica affidata più alla memoria dei residenti che ai cartelli.

Ci sono tratti dove l’automobilista prudente rallenta. Quello esperto si fa il segno della croce. Quello del posto sa già dove sterzare per evitare la voragine storica, quella che ormai ha più anzianità di molti consiglieri provinciali. Sono strade da evitare con prudenza e rosario.

Eppure basta l’annuncio del Giro d’Italia — la carovana rosa, le biciclette lucide, gli elicotteri, le dirette, il colore televisivo — ed ecco il miracolo dell’asfalto a scadenza sportiva. Dove ieri regnava la prudenza oggi arrivano mezzi, operai, vernice fresca, bitume fumante, urgenza istituzionale e sorrisi di circostanza.

I lavori, guarda caso rapidissimi, interesseranno i tratti provinciali che attraversano San Lucido, Falconara Albanese, San Fili, Montalto Uffugo, Rende e Zumpano. Territori rispettabilissimi, sia chiaro, improvvisamente divenuti centrali nella geografia dell’urgenza pubblica. Una resurrezione laica, finanziata a chilometro.

Sia chiaro: ben venga ogni intervento, ci mancherebbe. Nessuno rimpiange le buche per spirito conservatore. Il punto è un altro, e anche piuttosto semplice. Se le risorse si trovano in pochi giorni per offrire una passerella impeccabile al passaggio dei corridori, perché non si trovano in mesi e anni per i residenti che quelle strade le percorrono con figli a bordo, ambulanze in corsa, autobus scolastici in equilibrio e attività economiche sempre più isolate?

Nei giorni normali i cittadini, nei giorni speciali la carovana rosa. È questa, in sintesi, la gerarchia infrastrutturale che pare governare certe scelte. Prima la scena, poi forse la sostanza. Prima la tappa, poi il territorio. Prima il drone televisivo, dopo — con calma — chi vive lì tutto l’anno.

Le cronache raccontano di interventi su arterie interessate dal percorso ciclistico, lavori rapidi, consolidamenti, bitumature, segnaletica rifatta. Ottimo. Ma intanto, poco più in là, esistono collegamenti interni che ricordano più le guerre puniche che la mobilità europea. Se Annibale avesse dovuto attraversare alcune provinciali odierne, forse avrebbe chiesto una deviazione più agevole.

Il problema non è il Giro d’Italia, che resta festa popolare e vetrina preziosa. Il problema è una politica locale che troppo spesso confonde l’eccezione con il metodo e la comparsa con il governo ordinario delle cose. Amministrare non significa lucidare l’argenteria quando arrivano ospiti illustri. Significa tenere in piedi la casa quando fuori piove e nessuno applaude.

L’Amministrazione Provinciale farebbe bene a ricordarlo. Il consenso costruito sul bitume elettorale dura quanto una mano di asfalto stesa in fretta: regge alla fotografia, meno al primo inverno.

Servirebbe un piano serio, pubblico, trasparente, misurabile. Una mappa delle priorità vere: sicurezza, collegamenti interni, accesso ai servizi, prevenzione del dissesto, manutenzione costante. Parole meno scenografiche della maglia rosa, certo. Ma infinitamente più utili.

Perché una provincia non si giudica da come accoglie una corsa di un pomeriggio. Si giudica da come permette ai suoi cittadini di tornare a casa ogni sera. E su questo, al netto delle fanfare, c’è ancora parecchia strada da (ri)fare!

E tuttavia, una lezione questa vicenda forse la consegna. Dopo decenni di convegni, promesse, piani triennali, inaugurazioni senza seguito e sopralluoghi in giacca chiara, magari abbiamo finalmente scoperto come risolvere gli antichi mali della viabilità interna. Non servono i politici. Non bastano le istituzioni: più che aspettare il Giro, le nostre istituzioni dovrebbero imparare a pedalare!

 

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