■Antonio Loiacono
Ci sono nomi che sopravvivono alle cose. Restano appesi alla lingua anche quando il paesaggio che li aveva generati cambia volto. “Vitusello”, per esempio. Così, in dialetto “scalese”, si continua a chiamare quello che sulle carte toponomastiche è “Colle delle Rose”: un nome nato dalla presenza abbondante di rose selvatiche che un tempo, in primavera, punteggiavano l’altura sopra Scala Coeli con l’affaccio sull’inconfondibile azzurro intenso, che talvolta vira verso il turchese, dello Jonio. Oggi quelle fioriture non ci sono più. Il vento passa lo stesso, ma porta altri odori.
È su quella stessa altura che, qualche anno fa, durante un’escursione senza programma, Nicola Abruzzese e Amedeo Fusco si fermarono davanti a una roccia diversa dalle altre. Non stavano cercando nulla. Nessuna mappa da completare, nessuna meta simbolica. Camminavano. E guardavano.
La forma non si concede subito. Va aggirata. Serve una certa luce, una distanza giusta, forse anche la disponibilità a lasciarsi sorprendere. Poi, a un tratto, la pietra si organizza in figura: una fronte ampia, un dorso pieno, qualcosa che ricorda una proboscide tesa in avanti. Da quel giorno la chiamano “ ‘a Lifànda”, “l’Elefante”!
«Non è stata soltanto la somiglianza a colpirci», raccontano oggi. «È stato l’insieme. Il posto. L’aria che profuma di menta e origano nelle giornate calde. Il silenzio, che non è assenza ma presenza». Attorno, la macchia mediterranea stringe la collina con lecci, mirto, corbezzoli. La fauna si lascia intuire più che vedere: un riccio tra le pietre, una volpe che attraversa il sentiero al crepuscolo, i rapaci sospesi sopra la valle e qualche cinghiale.
Non c’è nulla di monumentale, nel senso consueto del termine. Nessuna targa. Nessuna segnaletica nuova di zecca. Eppure quella formazione rocciosa, modellata dal tempo e dall’erosione, ha finito per diventare un punto di riferimento. Un profilo che qualcuno indica con un cenno del capo, quasi per non disturbare.
La scoperta, nata quasi per caso, negli anni ha assunto un peso diverso. Non tanto per le dimensioni della roccia, quanto per ciò che suggerisce. «Non vorremmo che restasse una semplice curiosità fotografica», spiegano Abruzzese e Fusco. «Può essere un punto di partenza. Un modo per ricordare che qui c’è bellezza vera, natura integra, identità».
Parole misurate. Non parlano di miracoli né di svolte improvvise. Piuttosto di consapevolezza.
Qualcuno ha accostato “a Lifànda” ad altre rocce dalla forma animale sparse in Italia o altrove. Ma il paragone conta fino a un certo punto. La questione, semmai, è più sottile: capire se un territorio riesce a riconoscere ciò che possiede prima che si trasformi in rimpianto.
Come è accaduto alle rose del Vitusello!
Di quelle resta il nome, che attraversa le generazioni come una traccia ostinata. La roccia, invece, è ancora lì. Immobile, ma non muta. Cambia a seconda della luce, della stagione, dello sguardo che la incontra.
Forse un giorno entrerà stabilmente nei percorsi escursionistici. Forse diventerà un simbolo dichiarato, insieme ad altre formazioni come “La ‘Ncavallicata”, nel vicino territorio di Campana. Oppure continuerà a vivere nel racconto di chi c’è salito almeno una volta e ha visto, in quella pietra, qualcosa che somigliava a un animale e a una possibilità.
Intanto resta, sopra l’infinito del “mare nostrum”. Non chiede celebrazioni. Solo attenzione.
E da queste parti, l’attenzione è già un atto di cura.
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