SANITÀ: CARIATI AL CENTRO DELLA NUOVA RETE TERRITORIALE

Case e Ospedali di comunità ridisegnano l'assistenza sul territorio. Ma la vera partita si giocherà su personale, servizi e tempi di risposta

Il "V: Cosentino" a Cariati

Antonio Loiacono

A Cariati la nuova sanità territoriale si giocherà una delle sue partite più delicate. Una Casa di comunità e un Ospedale di comunità non sono soltanto due nuove strutture: per il Basso Jonio possono diventare il punto di svolta di un sistema che da anni chiede risposte più vicine, accessibili e continue.

Il quadro complessivo sarà illustrato domani da Vitaliano de Salazar, manager dell’Asp di Cosenza, nel corso dell’incontro dedicato alla riorganizzazione della sanità provinciale. Sarà in quella sede che il piano verrà reso noto nei suoi contenuti e nelle sue prospettive operative.

Tra gli interventi previsti figura anche il centro ionico, dove sono indicate una Casa di comunità e un Ospedale di comunità.

Non è un dettaglio.

Per un’area che comprende numerosi centri della costa e dell’entroterra, la questione sanitaria non si esaurisce nella presenza di un ospedale. Conta soprattutto la possibilità di ricevere una prestazione, un controllo, una diagnosi o un’assistenza senza dover affrontare ogni volta il viaggio verso un presidio più grande.

È questo il senso della nuova rete territoriale.

Secondo il piano che sarà presentato, l’Asp prevede complessivamente 26 Case di comunità e 9 Ospedali di comunità, con 180 posti letto aggiuntivi distribuiti nella provincia.

A Cariati il progetto interessa sia la componente ospedaliera, con 20 posti letto di Medicina generale, sia quella territoriale dell’Ospedale di comunità, per la quale le precedenti programmazioni hanno indicato una dotazione di 20 posti letto. Sarà la presentazione di domani a chiarire la configurazione definitiva e le relative tempistiche.

Numeri importanti, ma che avranno un valore concreto soltanto quando si tradurranno in servizi realmente disponibili.

Le Case di comunità dovrebbero diventare il primo punto di riferimento per una parte della domanda sanitaria che oggi finisce negli ospedali. Medici di medicina generale, telemedicina e diagnostica di primo livello sono alcuni degli strumenti previsti.

Gli Ospedali di comunità avranno invece il compito di accogliere pazienti che necessitano di cure e assistenza, ma non di un ricovero nei reparti per acuti.

In altre parole, non tutto ciò che richiede assistenza deve necessariamente finire in un grande ospedale.

È questa la scommessa.

Le Case di comunità sono previste a Cassano, Mormanno, Scalea, Rocca Imperiale, Torano Castello, Roggiano Gravina, Longobucco, Lungro, Luzzi, Bisignano, Spezzano della Sila, Montalto Uffugo, San Giorgio Albanese, Verbicaro, Amantea, Villapiana, Casali del Manco, Cosenza, Cetraro, Cariati, Acri, Corigliano, Rende, Altilia e Castrovillari.

I nove Ospedali di comunità sorgeranno invece a Cassano, Mormanno, Scalea, Lungro, San Marco Argentano, Cosenza, Trebisacce, Cariati e San Giovanni in Fiore.

È una rete capillare, pensata per spostare una parte dell’assistenza fuori dai grandi presidi.

Nel Basso Jonio l’effetto potrebbe essere particolarmente significativo. La doppia presenza prevista consentirebbe infatti di disporre di due livelli assistenziali distinti ma collegati: da una parte la presa in carico territoriale, dall’altra l’assistenza intermedia per i pazienti che non necessitano di un reparto per acuti.

Il beneficio, se il modello funzionerà, potrebbe estendersi ai comuni del comprensorio e all’entroterra che gravitano sul presidio ionico.

Ma proprio qui arriva la domanda decisiva.

Le strutture saranno messe nelle condizioni di funzionare davvero?

Perché costruire una rete è una cosa. Farla vivere ogni giorno è un’altra.

Servono medici, infermieri, tecnici, apparecchiature, orari certi e collegamenti efficienti con i medici di famiglia e con gli altri livelli dell’assistenza. Senza personale e organizzazione, il rischio è di avere nuovi contenitori senza una vera capacità aggiuntiva di risposta.

Per questo il piano dovrà essere giudicato non dalle strutture previste, ma dai risultati.

Bisognerà vedere se diminuiranno gli accessi impropri ai pronto soccorso, se i pazienti cronici potranno essere seguiti più vicino a casa e se chi viene dimesso dall’ospedale troverà un percorso assistenziale adeguato.

È qui che i 180 posti letto aggiuntivi dovranno dimostrare il loro valore.

Non sono ancora un risultato. Sono una possibilità.

Il risultato arriverà quando i posti saranno effettivamente disponibili, quando i servizi saranno attivi e quando il cittadino noterà una differenza concreta rispetto al passato.

Per il territorio sarà quindi importante seguire non soltanto i tempi di apertura, ma soprattutto ciò che accadrà dopo.

Ospedale e assistenza territoriale non devono essere mondi separati. Devono diventare parti dello stesso percorso di cura.

Un paziente che necessita di cure intensive deve arrivare rapidamente nel reparto adeguato. Chi non ha bisogno di quel livello di assistenza dovrebbe invece poter essere seguito altrove, liberando risorse per i casi più complessi.

Sembra semplice. Organizzarlo non lo è.

Domani, con la presentazione di Salazar, arriverà dunque il primo passaggio decisivo: capire come la nuova rete sarà organizzata, quali saranno i tempi e soprattutto quali risorse verranno messe in campo.

Poi parleranno i fatti.

Il Basso Jonio dovrà verificare se questa nuova organizzazione riuscirà davvero a ridurre le distanze tra cittadino e sanità. Non soltanto quelle geografiche, ma anche quelle fatte di attese, rinvii e percorsi complicati.

I parametri saranno concreti: servizi disponibili, personale presente, tempi di risposta, pazienti presi in carico e minore pressione sui grandi ospedali.

È su questi elementi che si misurerà la riforma.

La promessa è una sanità più vicina. La prova, invece, sarà quotidiana: nelle prestazioni erogate, nei pazienti presi in carico e nelle risposte che il territorio riuscirà finalmente a dare.

 

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