In una società organizzata gerarchicamente, ognuno tende a salire lungo la gerarchia fino a che raggiunge il proprio livello di incompetenza, il che condanna quella società alla decadenza.
Questo, in estrema sintesi, afferma il principio di Peter, che si chiama così perché fu enunciato nel 1970 dallo psicologo canadese Laurence Peter che però, secondo me, peccava di ottimismo.
Facciamo un esempio: in possesso del mio bravo diploma o magari di una laurea, supero il colloquio e sono assunto in una società. Le prime mansioni sono semplici, di pura natura esecutiva; mi dimostro facilmente capace di assolverle e con i complimenti del mio capo sono promosso al livello immediatamente superiore e messo a capo, diciamo, di una squadra o di un gruppo di lavoro. Anche qui mi mostro abile, capace di gestire le risorse, veloce nella soluzione dei problemi e quindi dopo un po’ mi si affida un incarico direttivo. I compiti sono più impegnativi, i problemi più ardui, le sfide più importanti, l’impegno più gravoso, ma pur se con qualche difficoltà mi dimostro all’altezza della situazione; così, quando si tratta di nominare un dirigente per un ramo importante dell’azienda o per una sua succursale, sono scelto io. Ma a questo punto le mie capacità non sono più tali da permettermi di assolvere ai miei compiti: ecco che ho raggiunto il mio livello di incompetenza; solo che l’ho raggiunto coprendo una posizione che richiede un livello più elevato del mio, e prima che io venga rimosso – ammesso che mi si rimuova – avrò combinato chissà quanti guai; chi mi sostituirà avrà magari un livello di competenza superiore, il che indurrà col tempo i capi a promuovere anche lui, finché anche lui non arriverà al suo livello di incompetenza, che sarà ancora più alto e provocherà danni ben maggiori, e via di seguito.
Avendo lavorato a lungo in una banca che all’epoca era multinazionale e fortemente gerarchizzata, ho constatato di persona che effettivamente il principio di Peter si dimostrava valido in molti casi, e credo che chiunque legga queste righe possa individuare qualcuno (escludendo ovviamente sé stesso) che ha risalito in questo modo la scala gerarchica.
Il problema è che Laurence Peter, come dicevo, peccava di ottimismo, perché lo psicologo nordamericano evidentemente non conosceva realtà diverse da quella in cui si è formato, né immaginava quali sviluppi avrebbe avuto quella stessa società nella quale comunque, anche all’epoca (Peter è morto all’inizio del 1990) già c’erano segnali che dimostravano come non fosse solo il livello di incompetenza a determinare la collocazione in ruoli di comando di personaggi non all’altezza della situazione.
Peter per esempio non conosceva l’Italia, dove le carriere sono state spesso condizionate dalle raccomandazioni e molte altre – per esempio nei ranghi militari e nella Magistratura – sono effetto di automatismi che prescindono dai meriti reali; e soprattutto, pur avendone sotto gli occhi esempi eclatanti, come la presidenza USA di Gerald Ford, non teneva nel debito conto la possibilità che per raggiungere posizioni apicali pur essendo dei perfetti incapaci non fosse nemmeno necessario risalire lungo una scala gerarchica: bastava appartenere alla giusta fascia della popolazione se non, come nella Corea del Nord, alla giusta famiglia.
Già, la famiglia: l’esempio più eclatante si trova nelle monarchie (e in realtà quella che governa in Corea del Nord è una monarchia), dove la posizione di vertice è garantita per diritto di nascita quale che sia il quoziente intellettivo che si possiede, anche se è di una modestia imbarazzante, come è tipico ad esempio della famiglia Savoia, almeno per quanto riguarda i suoi esponenti di sesso maschile. Ma anche nell’industria non mancano modelli illuminanti: non c’è che da pensare alla FIAT, il cui declino è stato segnato dall’evidente differenza fra le doti di Gianni Agnelli e quelle dei nipoti John e Lapo Elkann.
In realtà, l’idea che per occupare una certa posizione sia necessario possedere un livello di competenza non solo adeguato, ma in effetti superiore a quello richiesto per quella posizione, sembra essere ormai svanita dalla mente della gente al punto che già da gran pezza, ormai, tuttologi e orecchianti si ritengono legittimati a controbattere le affermazioni di veri esperti – di medicina, fisica, astronomia, economia – pretendendo di discutere con loro da pari a pari, come succede con la pretesa di Heather Parisi e di Gianluigi Paragone di sapere di virologia più di Roberto Burioni, o a certi fanatici lettori di un solo libro – la Bibbia – che, in barba a geologi, biologi e archeologi che di libri ne hanno letti a centinaia, pretendono che il mondo sia stato davvero creato circa 6.000 anni fa.
Peggio ancora va nel mondo della politica. Il già citato, infelice Gerald Ford, per quanto limitato fosse, era abbastanza intelligente da sapere di dover fare affidamento su consiglieri magari cinici ma sicuramente intelligenti (il cinismo è spesso compagno di intelligenze acute) come Henry Kissinger, ma non si può certo dire lo stesso dell’attuale presidente degli Stati Uniti, ricco per diritto ereditario ma non di doti intellettuali, che ascolta solo chi gli dà ragione anche se, ahinoi, in realtà lui ha sempre torto; e che dire, traversato l’Atlantico, di personaggi come Nigel Farage, Liz Truss, Boris Johnson, e, in casa nostra, Matteo Salvini, Gennaro Sangiuliano, Beppe Grillo (che dell’incompetenza degli eletti aveva fatto la bandiera del suo movimento) e la stessa presidente del Consiglio, che a dispetto della sua lunghissima militanza politica non ha ancora capito qual è la differenza fra essere capo del Governo e tribunizio capo di un partito?
Se è vero che una società si giudica dalla classe dirigente che sa esprimere, bisogna dire che, in Italia ma non solo, siamo messi davvero male; anche perché, per quanto scontato sia dirlo, quella classe dirigente (e non posso non pensare, malinconicamente, al crescente successo di Futuro Nazionale) altro non è che lo specchio in cui si riflettono i pregi e i difetti di quella stessa società.
Beh, i difetti di sicuro. Quanto ai pregi, in tutta sincerità faccio fatica a trovarne qualcuno.
Giuseppe Riccardo Festa
Views: 126

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.