Un tempo era tutto chiaro: sapevi chi erano i buoni e chi i cattivi, anche se magari si verificavano dei rovesciamenti di ruoli, come nei film western: in Ombre rosse, per esempio, i cattivi erano gli indiani e i prodi soldati del Settimo Cavalleggeri (sempre il Settimo, mai il Sesto o l’Ottavo; va’ a capire perché) all’ultimo minuto suonavano la carica – arrivano i nostri! – e gli indiani brutti, sporchi e cattivi che avevano assaltato la diligenza erano eroicamente sconfitti. Poi i ruoli si sono rovesciati: con Soldato blu e poi con Balla con i lupi, Hollywood s’è accorto che in effetti gli indiani erano stati sfruttati, ingannati, scacciati e massacrati, e da allora nei western o sono spariti o sono diventati i buoni, mentre i cattivi sono diventati i bianchi invasori, ma comunque c’erano sempre dei buoni per cui fare il tifo e dei cattivi da detestare.
lo stesso succedeva nei film di guerra, soprattutto la Seconda Guerra Mondiale, con gli Alleati buoni, generosi e leali e i Tedeschi e i Giapponesi cattivi, feroci e spietati (noi italiani no: noi eravamo brava gente, soprassedendo sulle leggi razziali e sul fatto che avevamo invaso Grecia e Albania, che avevamo massacrato migliaia di innocenti in Libia e in Somalia e che ci eravamo associati ai tedeschi nell’operazione Barbarossa in Russia e nei rastrellamenti in Jugoslavia e anche in casa, per esempio a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema).
E poi, restando nel mondo del cinema, c’è stato James Bond, e poi Rambo, e dopo Rambo i vari vendicatori e giustizieri più o meno notturni, tutti impegnati a combattere organizzazioni segrete, bande di gangster, assassini spietati, stupratori di vergini innocenti e criminali vari: si sapeva sempre chi era il buono e chi il cattivo. Perfino durante la guerra del Vietnam, alla fine, pure gli Americani avevano deciso che i buoni erano gli altri e con Full metal jacket, Apocalypse now, Born on the 4th July, hanno fatto mea culpa e hanno tifato per i Vietkong.
E non dimentichiamo i fumetti: dagli USA ci arrivavano Batman e il suo pupillo (o fidanzato?) Robin, che combattevano in costume contro criminali anche loro in costume, così che Gotham City sembrava afflitta da un eterno, conflittuale carnevale, e Nembo Kid, poi diventato anche in Italia Superman. Superman, a guardarlo oggi, non era, nel bene e nel male, che il modello ideale dell’americano medio (perbenista, casto, d’intelligenza mediocre e di scarsa cultura), dotato di poteri straordinari che utilizzava per finalità generalmente futili; il suo nemico giurato, geniale quanto malvagio, era Lex Luthor, l’equivalente di Willy Coyote dei cartoni animati, nel senso che per distruggere Superman inventava cervellotici marchingegni eternamente destinati al fallimento.
Noi avevamo Blek (sic) Macigno, ambientato alla fine del ‘700, che esclamando corna d’alce! combatteva contro gli inglesi, tanto stupidi quanto feroci e ghignanti, per la libertà degli americani e, nel West, il post-adolescente Miki, capitano dei ranger del Nevada affiancato da Doppio Rum e dal dottor Salasso, le cui avventure, forse perché l’editore era lo stesso, somigliavano a ricalco a quelle di Blek, salvo che i cattivi nel suo caso erano banditi ordinari e non cinici colonizzatori (in entrambi i casi, le traiettorie delle pallottole erano sempre rappresentate da una linea retta con su scritto zing). Ma soprattutto, grazie a Sergio Bonelli e Aurelio Galeppini, noi abbiamo l’immortale Tex Willer. Tex è immortale anche perché, se gli capita di essere ferito, è sempre colpito di striscio alla tempia. Lui invece non sbaglia un colpo e, a parte l’iper-malvagio Mefisto (poi rimpiazzato dal figlio Yama), gira fra gli USA, il Messico e il Canada e mena e spara, e spara e mena ma non sbaglia mai un colpo: la sua Colt 45 e i suoi pugni inesorabili colpiscono sempre ed esclusivamente approfittatori, speculatori, rapitori, razziatori e banditi; ogni tanto le sue armi si rivolgono verso gli indiani ma solo quelli subdoli e cattivi: non dimentichiamo che lui è Aquila della Notte, capo bianco dei buonissimi e valorosissimi Navajos.
E poi c’è il mondo vero: il mondo della politica, dell’economia e delle guerre. Magari il mondo fosse davvero come al cinema e nei fumetti, con i custodi della legge integerrimi, puri di cuore e generosi e infallibili nell’individuare i cattivi da colpire. La realtà è ben diversa, lo è sempre stata e oggi, nei tanti conflitti che insanguinano tante parti del mondo, lo è più che mai.
Come si fa a scegliere fra l’ottuso, senescente, ignorante, narcisista, vaneggiante Donald Trump e i sanguinari, occhiuti, fanatici, oppressivi ayatollah? Fermo restando che Netanyahu è un macellaio criminale e guerrafondaio, forse che Hamas, che si serve dei civili Palestinesi ma non se ne cura, è migliore di lui? E che dire di Putin e dei suoi gerarchi, oppressori della Russia e aggressori di un’Ucraina che, certo, bisogna difendere dall’aggressione ma non dà certo l’impressione di essere governata da onesti e sinceri difensori della patria, con la corruzione in cui sguazza la sua classe dirigente? E per chi tifare, fra i sanguinari Houti yemeniti e l’oppressiva monarchia saudita?
Come se non bastasse la politica estera, ora il dubbio tortura anche le menti di molti italiani – gli italiani razzisti, opportunisti, qualunquisti, superficiali e soprattutto ignoranti e felici di essere ignoranti – che, già splendidamente rappresentati dalla Lega salviniana, sono spiazzati dall’opportunità di confluire nel nuovo partito che si fa chiamare Futuro Nazionale anche se, stando agli atteggiamenti, ai riferimenti ed ai progetti del suo leader, gli si attaglierebbe meglio Passato Nazionalsocialista.
E se a destra si piange, certo a sinistra non si ride, visto che da quelle parti si litiga per decidere chi deve comandare ma non ci si decide a chiarire da che parte si vuole andare.
La mesta conclusione è che viviamo tempi grami, in cui si sa benissimo chi sono i cattivi ma invano ci si guarda intorno in cerca dei buoni. E allora che fare?
Voi non lo so, ma io mi consolo rileggendo Sangue Navajo, una bellissima avventura in cui Tex Willer, affiancato dai suoi pards – il figlio Kit, Kit Carson e Tiger Jack – fa giustizia di due assassini razzisti e soprattutto di un colonnello arrogante, spocchioso, supponente e mica poco stupido.
Qualcosa mi dice che quel colonnello, se fosse venuto in Italia, sarebbe diventato sicuramente generale e, trovando ampio seguito, avrebbe pure fondato un partito politico.
Giuseppe Riccardo Festa.
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