IL RUMORE DEI SOGNI: CICCIO RIZZUTI E QUELLA VITA PASSATA AD ASCOLTARE MOTORI, INSEGUIRE SACRIFICI E COSTRUIRE FUTURO

Ci sono uomini che lasciano tracce sull’asfalto del tempo. Ciccio Rizzuti è uno di quelli: una storia di emigrazione, fatica e passione che ancora oggi continua a vivere nel rombo di un motore acceso

Il Cavaliere Ciccio Rizzuti, difronte alla sua "creatura"

Antonio Loiacono

Certe coincidenze sembrano scritte da una mano invisibile, come se il destino, ogni tanto, si divertisse a lasciare segni lungo la strada degli uomini.

Nel 1947 Henry Ford lasciava questa terra, consegnando alla storia il genio che aveva messo quattro ruote sotto il progresso. In quello stesso anno, in un piccolo angolo di Calabria, a Pietrapaola, nasceva Francesco Rizzuti -non per sostituirlo, perché certi uomini sono irripetibili ma forse per raccoglierne, inconsapevolmente, una scintilla-. Nasceva in una terra dura, fatta di campi, sudore e mani consumate dal lavoro. Suo padre Emilio lo portava con sé nell’agricoltura, tra mucche, zolle e fatica. Ma mentre gli altri vedevano terra, lui vedeva ferro. Mentre gli altri ascoltavano il vento, lui inseguiva già il rumore di un motore.

E se Ford ha cambiato il mondo costruendo automobili, il Cavaliere Francesco Rizzuti ha compiuto qualcosa di altrettanto straordinario nel suo piccolo grande universo: ha dato un’anima ai motori, trasformando la passione in destino e il sacrificio in eredità.

Ford costruiva automobili, Ciccio Rizzuti, invece, ci costruiva la vita dentro.

E forse è questa la differenza più bella.

Perché ci sono uomini che non scelgono un mestiere. Lo riconoscono. Lo sentono addosso da bambini, come una febbre buona, una chiamata silenziosa.

Per Ciccio fu così.

Aveva capito presto che il suo futuro non profumava di fieno: profumava di benzina!

Nel 1961 entra da apprendista nell’ Officina Cirò, a Rossano. Era poco più di un ragazzo, ma già aveva negli occhi quella fame particolare che hanno gli uomini destinati a costruire qualcosa. Passava ore a guardare bulloni, pistoni, carburatori. Non imparava solo un lavoro, stava imparando sé stesso!

Poi arrivò la Germania.

Come per tanti uomini del Sud, anche per lui l’emigrazione fu una ferita necessaria. Nel 1963 partì seguendo il padre, lasciandosi alle spalle il mare di casa e portandosi dentro solo coraggio e ostinazione.

Lì, tra lingue sconosciute e inverni taglienti, trovò subito posto alla Ford di Belecke.

E fu lì che il destino sembrò mettere ordine nei suoi sogni: quasi a voler alimentare ancora di più quella fiamma che portava dentro fin da ragazzo, Ciccio trovò posto proprio in un’autofficina Ford Motor Company, la potente casa automobilistica americana che aveva rivoluzionato il mondo. Come se la strada, fino a quel momento incerta e piena di sacrifici, avesse improvvisamente deciso di parlargli nella lingua che conosceva meglio: quella dei motori.

Dal 1965 al 1968 la crescita continua all’Alfa Romeo di Griesheim, vicino Francoforte sul Meno.

Poi il salto alla MAN di Gustavsburg, dove lavora come saldatore specializzato. Lì gli riconoscono perfino un passaporto per saldature speciali: un attestato tecnico, certo, ma anche il simbolo di un talento che ormai parlava da solo.

E mentre stringeva bulloni in Germania, con il pensiero costruiva già altro.

Costruiva la sua officina!

Le fondamenta, prima ancora del cemento, le gettava con i risparmi, con i sacrifici, con le rinunce.

Nel 1970 torna a casa, torna a Pietrapaola e lì inizia la vera impresa.

Novanta metri quadrati di officina. Piccola, stretta, quasi spartana. Ma dentro quelle mura c’era un mondo intero.

Le attrezzature costavano, i debiti crescevano, il lavoro era senza tregua.

E lui?

Lavorava. Di domenica, a Natale, a Pasqua; si costruì persino da solo le porte dell’officina.

Le chiudeva dietro di sé e restava dentro, fino a notte fonda, con le mani nere di grasso, il rumore del martello sul ferro e quell’odore misto di olio bruciato e speranza.

Chi lo ha conosciuto dice che parlava ai motori.

E forse è vero.

Perché certi meccanici non riparano auto: le ascoltano.

Negli anni Settanta cominciò anche a vendere auto usate. Intuì prima di tanti che il mercato stava cambiando.

E nel 1980 fece il grande salto.

Entrò nel mondo FIAT come organizzato Fiat, con la filiale di Torino e sede operativa a Rende.

Da lì il nome Rizzuti cominciò a viaggiare veloce.

Ma senza mai perdere le radici.

Nel 1997 arrivò il riconoscimento più alto: il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli conferì il titolo di Cavaliere.

Un’onorificenza che non premiava solo il lavoro, premiava una vita intera.

Intanto cresceva anche la famiglia.

Tre figli: una figlia laureata in legge, oggi avvocata a Roma e poi Emilio e Lucio, che hanno raccolto il testimone, seguendo le orme del padre non solo nel lavoro, ma soprattutto nei valori.

Perché il vero patrimonio di Ciccio Rizzuti non sono mai state soltanto le automobili.

Ma l’esempio!

Nel 2008 nasce Autorizzuti F.lli Srl una nuova sfida: il trasferimento a Mandatoriccio Mare, a pochi passi dallo Jonio. Quello stesso mare che da sempre accompagna la sua vita come un vecchio compagno silenzioso; l’azzurro che lo ha visto partire ragazzo, inseguire il futuro oltre confine e poi tornare uomo, carico di esperienza, sogni e sacrifici. Un mare che non ha mai smesso di cullarlo, come si culla chi appartiene profondamente alla propria terra.

Una struttura enorme: quattordicimila metri quadrati, cinquemila di esposizione, 12 dipendenti.

Auto nuove, aziendali, chilometri zero.

Un salone che guarda il mare e racconta, in silenzio, una storia lunga una vita.

Lì, oggi, l’azienda è guidata dai figli Emilio e Lucio.

Ma lui c’è ancora.

Eccome se c’è.

Cammina tra quelle auto come si cammina dentro i ricordi.

Ogni tanto scende in officina, si ferma, respira!

E in quell’odore di ferro, olio e gomma, ritrova il ragazzo che era, quello che sognava davanti a un motore smontato, quello che partì senza sapere una parola di tedesco, quello che tornò con una valigia piena di esperienza e il cuore pieno di futuro.

Perché gli uomini come Ciccio Rizzuti non invecchiano davvero: cambiano officina, cambiano epoca, cambiano il suono dei motori, ma restano!

Restano nelle mani dei figli, nel rispetto della comunità, nella gratitudine degli amici.

Nel rombo improvviso di un motore che si accende in una strada di paese.

E in quel rumore, per chi sa ascoltare bene, c’è ancora lui: “mastro Ciccio”!

Il Ford di Pietrapaola.

Uno che non ha solo aggiustato macchine ma che ha insegnato a tutti come si mette in moto una vita!

 

 

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