■Antonio Loiacono
Esiste un’ora precisa, sospesa tra la luce che si spegne e il buio che lentamente scende sulle colline, in cui la terra sembra ricordarsi di sé stessa. È un’ora antica, fatta di polvere sollevata dagli zoccoli, di campanacci che rompono il silenzio, di uomini che avanzano seguendo sentieri consumati dal tempo.
È in quell’ora che la transumanza ritorna.
Non come evento.
Non come spettacolo.
Ma come rito.
Un rito che si ripete ogni anno, quasi immutabile, attraversando generazioni e custodendo il respiro profondo di una civiltà pastorale che ancora resiste.
Dalla Biovalle del Nicà, nel territorio di Scala Coeli, il cammino è ripartito ieri sera, poco dopo le sei. Quindici chilometri di terra battuta, curve antiche, salite lente e guadi d’acqua: Casello Montagna, il torrente Sappa, fino a raggiungere Campana, quando ormai la sera aveva preso possesso della valle.
Ma qui la transumanza non è mai stata soltanto lo spostamento stagionale delle mandrie.
È stata, per secoli, una forma di sopravvivenza. Una geografia della necessità.
Quando il caldo consumava le vallate ioniche e l’erba si faceva dura, uomini e bestiame risalivano verso la Sila, cercando acqua, ombra e pascoli vivi. Era il movimento naturale della vita, scritto prima nelle stagioni e poi nei corpi.
Gli antichi tratturi erano vene aperte nella terra.
Su quelle vene camminavano uomini e famiglie che hanno scritto la storia pastorale di Scala Coeli: i Pisano, i Ritacco, gli Aiello, i Varrina, i Capristo.
Nomi che qui non appartengono soltanto agli archivi di famiglia, ma alla memoria viva di una comunità. Generazioni intere che hanno imparato a leggere il cielo, il vento e la terra come si legge un destino.
Molti di quei volti non ci sono più, eppure il loro passo continua a vibrare nei sentieri, nei campanacci, nelle mandrie che ancora risalgono verso la Sila.
E se il rito continua, è perché i loro eredi — e ieri sera, a riaprire gli antichi tratturi, le mandrie delle famiglie Ritacco e Blaconà — hanno scelto di farsi custodi di quel sapere antico, tenendo vivo un cammino che appartiene a tutti.
Una dinastia di cowboy calabresi, senza retorica.
Uomini che portano la geografia impressa nei piedi e il tempo delle stagioni inciso nelle mani.
E lungo quel cammino, nel pomeriggio assolato di ieri, non c’erano soltanto allevatori.
C’erano bambini.
Occhi larghi. Mani sporche di polvere. Domande continue. Stupore puro.
Per loro la transumanza è quasi una scoperta. Un incontro diretto con qualcosa che appartiene alle radici, ma che il tempo moderno ha reso sempre più raro.
Ed è proprio in quel contrasto — tra l’infanzia che guarda avanti e la memoria che guarda indietro — che si consuma il senso più profondo del rito.
Perché senza quel passaggio, senza quello stupore, la tradizione si spegne.
C’erano anche due figli di Scala Coeli tornati dalla Germania, richiamati da qualcosa che nessuna distanza riesce a spegnere.
Migliaia di chilometri attraversati per ritrovare quel passo antico, quel suono di campanacci che somiglia a una lingua mai dimenticata.
Perché ci sono partenze che allontanano il corpo, ma non il cuore. E ci sono radici che, più vengono tirate lontano, più affondano nella terra.
C’erano anche gli amici di sempre: passi fedeli accanto agli zoccoli, a scortare la mandria fino a Campana, dentro la polvere del tratturo e il battito antico della terra.
I grandi osservavano in silenzio.
Forse riconoscevano in quel passaggio qualcosa di più di una semplice mandria in movimento.
Forse rivedevano padri, nonni, estati lontane, mani dure, volti scomparsi.
Perché la transumanza è anche questo: un archivio vivente della memoria. Un rito che conserva i nomi di chi non c’è più.
I tramonti rossi di ieri hanno incendiato le colline, disegnando ombre lunghe sugli antichi tratturi. Il vento portava l’odore dell’erba schiacciata, della terra calda, dell’acqua bassa del Sappa.
Paesaggi che sembrano rimasti fuori dal tempo.
E questa mattina, all’alba, il cammino è ripreso.
Attraverso l’Incavallicata, fino alla località Fossiata, nel cuore dell’altopiano silano, dove le mandrie trascorreranno l’estate tra pascoli freschi, erba alta e temperature più miti.
In fondo, la transumanza continua a essere questo: un ponte tra generazioni. Un rito che cambia forma, ma non sostanza.
Ora è giugno. È il tempo della salita.
E mentre le mandrie cercano il fresco dei pascoli silani, lungo quei sentieri cammina anche ciò che non si vede: la voce dei padri, la fatica degli antenati, il ricordo di chi ha insegnato la strada.
Perché la transumanza, in fondo, è questo: un ritorno che salva dall’oblio.
Finché ci sarà qualcuno disposto a mettersi in cammino dietro una mandria, sotto un tramonto rosso o dentro il silenzio di un’alba, nessuno sarà davvero andato via.
Perché certe strade non portano soltanto lontano.
Portano indietro: alla terra, alla memoria.
A ciò che siamo stati.
Views: 182

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.