Se si dovessero giudicare gli italiani prestando fede agli annunci funebri, alle iscrizioni cimiteriali e alle celebrazioni post-mortem, si giungerebbe alla conclusione che effettivamente siamo un popolo di santi, poeti, di navigatori, eccetera: non si leggerebbe infatti, e non si sentirebbe parlare, che di “padre e marito esemplare”, di “uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla fede”, di “Cittadino illustre e benemerito”, di “esempio fulgido di onestà e impegno”, e via così, di lode in lode e di epitaffio in epitaffio.
Così succede, inevitabilmente, anche quando ad abbandonare questa valle di lacrime sono personaggi noti del mondo dello spettacolo, dello sport o della cultura.
In certi casi – e penso ad esempio a figure come Margherita Hack, Gino Strada, Umberto Eco e Piero Angela – il cordoglio e il rimpianto sono più che meritati; in certi altri, e penso a Pippo Baudo, non mancano, nel coro quasi unanime delle commemorazioni, le voci dissidenti, come quella del cantante Pupo che, a bocca storta, pare abbia dichiarato che lui da Baudo al quale – dice – stava antipatico, non è stato aiutato per niente. Per quanto mi riguarda, non essendo un assiduo frequentatore dei programmi di intrattenimento televisivo, non posso esprimere, su Pippo Baudo, un’opinione documentata; tuttavia, apprendere della sua antipatia per Pupo mi fa provare, nei suoi confronti, un soprassalto di giustificata stima.
Qualche perplessità desta in me, invece, l’imbarazzante opera di rivalutazione che ho visto far seguito al decesso di Alvaro Vitali, protagonista di una lunga serie di film sostanzialmente inutili, istituzionalmente volgari, regolarmente sboccati e scollacciati.
Di quei film, lo dico con estremo orgoglio, non ne ho visto nemmeno uno; ma così come è sufficiente assaggiare un uovo per scoprire che è marcio, me ne sono bastati i trailer e i manifesti, e quei pochi istanti subiti durante lo zapping in cerca di qualcosa di guardabile in TV, per rendermi conto della loro stupidità e per sospirare, avvilito, pensando al successo di pubblico di cui godettero (riflessioni che valgono anche per i cinepanettoni della ditta Boldi-De Sica, che in fondo non sono stati che la prosecuzione del cinema di bassa lega cui si dedicò Vitali, che pure aveva esordito con Fellini).
È di questi giorni la scomparsa di Emilio Fede, ed anche su di lui si sprecano i panegirici e i “coccodrilli”, gli articoli elogiativi. L’umana pietà fa nascondere sotto il tappeto la grottesca adorazione che manifestò nei confronti di Silvio Berlusconi, per amore del quale cambiò perfino la squadra del cuore abbandonando la Juventus per il Milan, lo sfacciato servilismo che manifestò durante gli anni di direzione del TG4, la manifesta e costante falsificazione della realtà a vantaggio dell’immagine che intendeva promuovere di quello che non considerava semplicemente come il suo editore, ma piuttosto come il padrone da adorare e venerare ciecamente. In questo, bisogna ammettere che ha fatto scuola, e si comprende perciò il lutto dei vari Bocchino, Sechi, Senaldi, Belpietro, Sallusti, Capezzone, tutti suoi epigoni nell’arte di dare sempre e comunque ragione a chi li finanzia, giù giù fino a Gian Marco Chiocci, che invitato da Giorgia Meloni a farle da addetto stampa a Palazzo Chigi, ha declinato, preferendo continuare a farlo dalla direzione del TG1. A tutti loro auguro una vita lunga, proficua e ricca di soddisfazioni, che sicuramente godranno almeno finché (ma dubito che possa succedere) il vento della politica non cambierà direzione.
Tuttavia nel futuro, remoto giorno in cui passeranno a miglior vita, anche loro godranno di sicuro di elogi sperticati, di ammirati sospiri e di commossi panegirici.
Tanto che aggirandosi nei cimiteri, non vedendo che tombe di galantuomini, inevitabilmente un visitatore non potrà che ammirare questa Italia, in cui non esistono adulatori, servili, bugiardi e mistificatori.
Beh, almeno, non fra i morti.
Giuseppe Riccardo Festa
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