È indiscutibile che la situazione internazionale sia in un gran marasma: venti di guerra spirano sempre più minacciosi, Trump dà di matto un giorno sì e l’altro pure mentre i suoi famuli applaudono giulivi a qualunque delirante stupidaggine dica o faccia (incluso il ritenersi un Cristo reincarnato), a una buona notizia che arriva dall’Ungheria (la disfatta di Orban) se ne sovrappone una pessima dalla Bulgaria (la vittoria di Radev), e intanto Putin continua a distruggere l’Ucraina, Israele pratica in Libano gli stessi sistemi di pulizia etnica e disumanizzazione dei nemici che ha già sperimentato a Gaza (sull’esempio di un certo Adolf Hitler) ma guai a criticare i suoi metodi nazisti perché ti becchi dell’antisemita; dulcis in fundo, l’economia mondiale incespica, soffoca, tossisce e annaspa strozzata nello stretto di Hormuz.
In una cornice così desolante, diventa quasi piacevole buttare un’occhiata dentro la politicuzza di casa nostra: è come passare, per dire, da una tragedia di Sofocle a una farsa della commedia dell’arte.
Prendiamo dunque una vasca di pop-corn e guardiamo il trailer della commedia, che si apre con Giorgia Meloni che, già stordita dal risultato del referendum, subisce lo sprezzante “fatte in là” del presidente USA del quale era strenua e adorante sostenitrice, al punto di ritenerlo degno del (da lui) sospirato Nobel per la Pace; poi, già ostile a ogni iniziativa marcata Europa, la vediamo costretta ad abbracciare quell’Emmanuel Macron che fino a ieri vedeva come il fumo negli occhi, e unirsi a muso lungo a un’iniziativa di pace tutta europea orientata a risolvere il nodo dello Stretto, o meglio, del Cappio di Hormuz.
Cambio di scena, e si vede Matteo Salvini tuonare da una semivuota Piazza del Duomo, a Milano, contro quell’Europa che Meloni ha riscoperto, sia pure con la coda fra le gambe, e contro l’immigrazione clandestina e gli sfaceli che essa a suo dire provoca, dimenticando il non trascurabile dettaglio che se problemi ci sono se la dovrebbe prendere col governo, in carica ormai da quattro anni, del quale lui è vicepresidente del Consiglio oltre che, disastrosamente, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove a quanto pare la sua priorità è il rinnovo dell’abbonamento a un canale televisivo sportivo: si sa, Salvini, come certi ultras coi quali ama farsi fotografare, è tifoso del Milan. Bisogna capirlo. Di infrastrutture e trasporti, con tutta evidenza, non ne sa nulla, ma qualcosa dovrà pur fare, quando – sporadicamente – si presenta al suo ministero, no? Quindi è giusto che si accomodi nel suo ufficio e si guardi le partite. A spese nostre, certo; ma poveretto, bisogna pure che fra un ritardo, un guasto, una frana, un crollo e l’altro si rilassi un po’, che diamine!
E poi appare Antonio Tajani, l’altro vice presidente del Consiglio: quello che invita a chiudere le finestre se nel cielo ronzano droni. Non sorprende che gli eredi di Silvio Berlusconi gli abbiano rammentato che egli – anche ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia – è in realtà uno dei loro maggiordomi, e per giunta a rischio di licenziamento: è avvilente, certo, ma non sorprende. Il partito di Forza Italia è storicamente nato per servire gli interessi dell’impero berlusconiano, sopravvive grazie all’impegno finanziario del fondatore e ora degli eredi di quell’impero, e dunque è ovvio che il maggiordomo in capo accorra in fretta quando è convocato a Cologno Monzese per ricevere rimbrotti, ammonimenti e disposizioni, uso com’è da sempre “a obbedir tacendo e tacendo morir” quando i padroni gli impartiscono i loro ordini sulla gestione del partito, tipo scacciare Gasparri dal ruolo di capogruppo al Senato e il consuocero (di Tajani) dal ruolo di capogruppo alla Camera (anche in Forza Italia, come in Fratelli d’Italia, la famiglia è da sempre un valore fondamentale).
Non sorprende, ma fa male, constatare che i partiti di opposizione non sottolineino con la dovuta energia questa indecorosa anomalia, che vede un ministro della Repubblica accorrere col cappello in mano al richiamo di un paio di miliardari, e due gruppi parlamentari chinare obbedienti il capo ad ogni loro schioccar di dita.
Fa male, anche, dover constatare che di fronte a un quadro mondiale e nazionale così complesso, mutevole e foriero di minacce e pericoli, quegli stessi partiti di opposizione offrano un desolante spettacolo di mancanza di serietà baloccandosi con miopi questioni di priorità fra di loro e, per quanto riguarda il PD, con le solite fraterne pugnalate alle spalle fra i capicorrente, che poi sono tutti o quasi d’accordo nel cercare di tagliare l’erba sotto i piedi della segretaria politica.
A proposito di PD, se da un lato è lodevole l’impegno di Elly Schlein per il rafforzamento del campo progressista, è preoccupante l’ipotesi, suffragata dalle manovre dei Berlusconi, che la prossima legislatura possa veder (ri)nascere un asse PD – Forza Italia che dall’interno sarebbe sostenuto, temo, da certi esponenti del PD di estrazione Margherita e, dall’esterno, da un Matteo Renzi che così si ritaglierebbe nel gioco della politica nazionale un ruolo che ha perso da tempo ma che, forte del 2,2% di cui è accreditato nei sondaggi, fa finta di avere ancora; un po’ come Maurizio Lupi che dall’altra parte della barricata, dall’alto del suo 1,1% di consensi, fa quasi tenerezza quando, intervistato dai telegiornali, eroga al popolo le sue patetiche analisi in stile “grazie a noi, tutto va bene”.
Così, pur se le crepe da sempre esistenti fra i partiti dell’attuale maggioranza politica sono ormai vistose voragini, nulla esclude che quando si voterà, fra un anno o forse anche prima (salvo impedimenti dovuti a una guerra totale scatenata dall’ingestibile Trump-Stranamore), questa stessa maggioranza finirà per prevalere non per i suoi meriti inesistenti ma per gli evidenti e, ahinoi, insanabili demeriti delle opposizioni.
Giuseppe Riccardo Festa
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