PROMOSSI MA PUNITI: L’ASSURDA SCELTA DEI SOVRINTENDENTI DELLA POLIZIA

La carriera negata ai sovrintendenti dei Reparti Mobili mette in crisi la dignità e il senso di giustizia nelle forze dell’ordine

■Antonio Loiacono

In una fase storica in cui la Pubblica Amministrazione e le forze dell’ordine parlano sempre più spesso di meritocrazia, valorizzazione delle competenze e pari opportunità, fa riflettere — e non poco — la denuncia arrivata in questi giorni dal sindacato di Polizia guidato dal Dott. Flavio Tuzi. Una denuncia che getta luce su una distorsione sistemica che colpisce da anni un settore nevralgico come quello dei Reparti Mobili.

Parliamo di centinaia di sovrintendenti, uomini e donne con esperienza pluriennale nelle situazioni più delicate dell’ordine pubblico, che si trovano davanti a un paradosso: vincono il concorso per ispettore, eppure devono scegliere se accettare la promozione o restare nel proprio reparto. Una scelta forzata, che comporta il sacrificio di anni di professionalità maturata sul campo.

Il danno è doppio. Da un lato c’è la rinuncia alla progressione in carriera; dall’altro, l’umiliazione di vedere assegnate responsabilità maggiori a colleghi neo-promossi e privi dell’esperienza accumulata in prima linea. È un vero e proprio cortocircuito istituzionale che sembra colpire solo chi presta servizio nei Reparti Mobili, come se la loro dedizione e competenza fossero elementi da penalizzare, anziché valorizzare.

In un contesto di crescente tensione sociale, dove la prontezza operativa e l’equilibrio del personale sono fattori essenziali, questa discriminazione interna rischia di compromettere non solo il morale degli agenti, ma anche la stessa efficacia dell’apparato di sicurezza.

Non si può chiedere agli uomini e alle donne della Polizia di “tenere la linea” nelle piazze d’Italia, e poi costringerli a una scelta che sa di punizione per aver fatto bene il proprio lavoro.

È giunto il momento che l’Amministrazione affronti con coraggio e lungimiranza questa stortura. Restituire equità nei criteri di assegnazione e garantire a tutti pari dignità professionale non è solo un atto dovuto: è un investimento sulla qualità e sull’autorevolezza delle nostre forze dell’ordine.

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