CARIATI. IL MUSEO CIVICO RIAPRE CON BELLE STORIE DI MIGRAZIONI

di Marco Toccafondi Barni


“La Calabria è un posto dove vale la pena vivere”. In queste parole della giornalista prima e scrittrice poi, per sua stessa ammissione, Angela De Lorenzo, c’è il sunto dell’ iniziativa con la quale il Museo del mare, dell’ agricoltura e delle migrazioni ieri pomeriggio ha aperto la stagione estiva, dopo oltre un mese di chiusura per alcuni lavori interni utili a quello che lo stesso sindaco Minò, presente con i delegati alla cultura e al turismo Alda Montesanto e Antonio Scarnato, ha definito “un ascensore sociale”: agevolare la fruibilità degli spazi per i cittadini diversamente abili.

La direttrice del museo civico, Assunta Scorpiniti, per l’occasione era presente anche lo zio, quel Don Scorpiniti che è stato uno dei pionieri dell’ accoglienza a Cariati fin dai primi anni ’90, ha scelto di farlo presentando storie di immigrazione significative, dialogando con l’autrice di un libro altrettanto significativo: “Egmat non deve morire”, inoltre facendo conoscere un giovanissimo (16 anni) artista del Centro SAI di Cariati da poco arrivato dalla Costa d’ Avorio con le sue opere dedicate all’ Africa.

La giovane giornalista del “Crotonese” (in collegamento online il direttore del periodico Giuseppe Pipita) dapprima ha brevemente raccontato la sua esperienza nel mondo del giornalismo e di come, lei nativa crotonese, ha vissuto la tragedia di Steccato di Cutro, dove in una fredda giornata di febbraio trovarono la morte in mare ben 94 persone: “Fu un’ esperienza terribile, perché sulla spiaggia vidi tanti biberon, vestiti e ombre galleggiare in mare, con la speranza non fossero già cadaveri. Ammetto che da mamma vedere con i miei occhi tanti oggetti che anch’io uso quotidianamente per i miei figli mi sconvolse”. Ma accanto alle tragedie, che ogni giornalista vede e vive durante la carriera, c’è anche spazio per la speranza e quindi ecco la principale storia di riscatto: è quella di Jahfar, appunto, un afghano appartenente a una famiglia benestante di Kabul (suo padre era un politico locale) costretto a lasciare l’ Afghanistan. E’ grazie ai suoi occhi che l’opera della De Lorenzo ripercorre, pagina dopo pagina, tutte le vicissitudini, le paure e spesso, purtroppo, gli orrori e le tragedie che queste persone devono affrontare quando devono lasciare il loro paese.

“Soprattutto dopo aver vissuto da testimone oculare la tragedia di Steccato di Cutro – ha spiegato la giornalista – mi sono inizialmente arrabbiata con l’ ignoranza che c’è su alcuni argomenti e badate bene che non uso questa parola con tono dispregiativo né con disprezzo, anzi, altrimenti non farei l’insegnante come lavoro, oltre alla giornalista, bensì per quello che è, ovvero ignorare che è un assurdo quando persone che, per loro fortuna, non conoscono né hanno mai vissuto simili drammi fanno assiomi del tipo che non si dovrebbero mettere i figli sui barconi col mare in tempesta oppure addirittura distinguono tra chi scappa dalla guerra o dalla fame, poiché ti puo’ uccidere anche quest’ ultima”. “Ritengo che questo libro parla sì, certo, di una storia vera, quella di Jahfar, dunque soprattutto di riscatto, ma nel contempo parla anche di noi e della nostra bellissima Calabria, che con i suoi tanti piccoli paesi in un sud destinato a spopolarsi puo’ vedere l’ occasione di un futuro diverso e migliore per la nostra terra”.

“E’ per questo che il libro l’ho dedicato ai miei giovanissimi alunni”, ha concluso l’autrice.

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