■Antonio Loiacono
Non è solo un problema di numeri, ma di visione. L’ultimo report sulla situazione demografica delle Aree Interne italiane, quelle più distanti dai servizi essenziali, come sanità, scuola e mobilità, contiene una frase agghiacciante: “Alcune aree, con dinamiche demografiche ormai compromesse, non possono più porsi obiettivi di inversione di tendenza, ma solo essere accompagnate nel loro processo di declino e invecchiamento.”
Parole che pesano come una sentenza. Ma che, più che una fotografia oggettiva della realtà, somigliano a una dichiarazione di resa istituzionale. E di resa politica.
Secondo il documento, in Calabria, ben 55 Comuni delle aree di “Strategia Nazionale Aree interne (SNAI): Silane e Presilana, Reventino Savuto, Ionico Serre e Grecanica; rientrerebbero tra quelli considerati ormai “non recuperabili”. Comuni come Scala Coeli, Longobucco, Paludi, Savelli, Campana ecc.; dove l’età media supera i 50 anni, le nascite sono prossime allo zero, i giovani emigrano e il senso di abbandono cresce ogni giorno.
Eppure proprio questi numeri dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme e non un alibi. Dovrebbero spingere lo Stato e la Regione ad agire, non ad arrendersi.
Accettare il declino come ineluttabile significa tradire il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, che impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Un’intera fetta di Paese – quella più fragile, ma anche più ricca di risorse ambientali, umane e culturali – viene oggi trattata come un problema da gestire, non come un’opportunità da valorizzare. È questo il vero scandalo.
Le cause sono note:
Spopolamento e invecchiamento della popolazione; Scarsità di servizi essenziali (trasporti, sanità, scuola); Mancanza di lavoro stabile e giovanile; Abbandono politico e progettuale cronico; Digital divide e disattenzione alla transizione tecnologica.
Di fronte a questo scenario, serve ribaltare la logica dell’abbandono e costruire un piano d’azione vero. Ecco alcune strategie salvifiche, già sperimentate in alcuni territori o fortemente auspicabili:
- Servizi di cittadinanza diffusa
Investire in presidi sanitari territoriali, scuole multigrado, mobilità flessibile e digitale. Non servono grandi ospedali, ma una rete di prossimità efficiente.
- Residenzialità incentivata
Favorire il rientro dei giovani e di famiglie nei borghi, attraverso:
Defiscalizzazione per chi si trasferisce.
Contributi per la ristrutturazione di immobili abbandonati.
Smart working garantito da infrastrutture digitali solide.
- Economia della terra e delle comunità
Sostenere l’Agricoltura bio e rigenerativa; l’Artigianato locale e produzioni a km 0; le Comunità energetiche rinnovabili; il Turismo lento e culturale.
- Welfare comunitario
Promuovere reti di mutuo aiuto, cooperative di comunità, servizi per la terza età gestiti localmente. È l’unico modo per affrontare l’invecchiamento non come condanna, ma come risorsa.
- Valorizzazione dell’identità e dell’immaginario
Recuperare le memorie locali, le lingue minoritarie, il patrimonio spirituale e architettonico come leve di attrattività culturale ed emotiva.
La bellezza, qui, non manca: va solo narrata meglio! Non partiamo da zero. Esperienze come quelle di Riace (accoglienza diffusa), Badolato (ripopolamento dal basso), o Montalto Uffugo (start-up agricole) dimostrano che invertire la rotta è possibile, se c’è volontà politica e visione strategica.
I territori della Sila e della Presila, con i loro 55 Comuni considerati “perduti” e le altre aree della Regione interessate, meritano un piano straordinario di rinascita, non una nota a piè pagina. Chi oggi governa ha il dovere di non cedere alla logica della contabilità ragionieristica, ma di tornare a scommettere sulle persone, sulle comunità e sul futuro.
Perché “accompagnare al declino” non è una politica. È una sconfitta morale.
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