■Antonio Loiacono
Ogni estate, in Calabria, c’è un momento che si ripete con una puntualità quasi crudele.
Basta un filo di vento, qualche settimana senza pioggia, una scintilla. E il paesaggio cambia volto. Il verde lascia spazio al nero, l’odore della macchia mediterranea viene sostituito da quello acre del fumo, mentre le sirene rompono il silenzio delle vallate.
È una guerra che non compare nei bollettini internazionali, eppure si combatte ogni anno. Una guerra senza fronti definiti, dove a difendere il territorio non ci sono soldati ma vigili del fuoco, operai forestali, volontari della Protezione civile, tecnici, piloti di droni e cittadini che, spesso, diventano i primi custodi del proprio bosco.
Dentro questa realtà si inserisce la riflessione dell’ingegnere Vincenzo Sicilia, vice presidente del Circolo Legambiente Nicà di Scala Coeli e componente del direttivo regionale di Legambiente Calabria, che nella sua relazione tecnica riesce a fare qualcosa di raro: trasformare una raccolta di dati in una lettura lucida del presente e, soprattutto, del futuro.
Non è un documento che si limita a contare gli incendi.
Prova a spiegare perché oggi il fuoco abbia cambiato volto.
E perché, di conseguenza, debba cambiare anche il nostro modo di affrontarlo.
I numeri, del resto, parlano con una chiarezza difficile da contestare.
Negli ultimi anni la Calabria ha dimostrato che gli incendi possono essere contenuti. Non eliminati, ma contenuti.
“Il Piano Antincendi Boschivi (AIB) della Regione Calabria –ci dice l’Ingegnere Sicilia– insieme al progetto “Tolleranza Zero”, avviato nel 2022, ha segnato una svolta importante. L’impiego sistematico dei droni, il coordinamento della Sala Operativa Unificata Permanente, il lavoro delle squadre AIB e l’impegno del volontariato hanno cambiato il modo di presidiare il territorio, consentendo interventi più rapidi e una significativa riduzione delle superfici devastate dalle fiamme.”
Il confronto con il passato è impressionante.
Il 12 luglio 2017 rimane una delle giornate più nere della recente storia ambientale calabrese: 255 incendi in ventiquattr’ore.
Sette anni dopo, nel luglio del 2024, il giorno più critico si è fermato a 53 roghi.
Non è una semplice differenza statistica.
È il segnale che una macchina organizzativa più efficiente può davvero fare la differenza.
Eppure sarebbe un errore pensare che la partita sia ormai vinta.
Perché il 2025 ha ricordato a tutti quanto fragile possa essere ogni equilibrio.
“Fino alla fine di giugno dello scorso anno sono stati censiti 759 incendi –evidenzia Vincenzo Sicilia– circa il cinquanta per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo il 29 giugno se ne sono sviluppati 107.”
Un balzo che potrebbe sembrare una smentita dell’efficacia del Piano AIB.
Secondo Sicilia, invece, racconta qualcosa di diverso.
Racconta che il nemico sta cambiando!
Oggi gli incendi non possono più essere interpretati esclusivamente come il risultato di gesti criminali o di una cattiva gestione del territorio. A incidere, sempre di più, è il cambiamento climatico.
Un dato, più di ogni altro, aiuta a comprenderne la portata.
Lungo la fascia ionica calabrese si sono registrati circa centoventi giorni consecutivi senza precipitazioni.
Quattro mesi.
Un tempo sufficiente perché boschi, pascoli e macchia mediterranea perdano progressivamente umidità, trasformandosi in un immenso deposito di materiale altamente infiammabile.
In queste condizioni, basta davvero poco.
Una disattenzione, un mozzicone di sigaretta, un gesto doloso. Oppure un semplice incidente.
Il fuoco trova già tutto ciò che gli serve.
Questo, però, non assolve l’uomo.
Anzi.
La relazione ribadisce con fermezza che la maggior parte degli incendi continua ad avere origine dolosa. Significa che dietro molte devastazioni ambientali resta ancora una responsabilità precisa, consapevole, umana.
Ed è forse questa la ferita più difficile da accettare.
Perché un bosco non brucia soltanto nel momento in cui le fiamme lo attraversano.
Continua a bruciare per anni.
Quando la vegetazione scompare, il terreno perde la sua capacità di trattenere l’acqua. Le piogge scorrono più velocemente lungo i pendii, aumentano l’erosione, favoriscono frane e alluvioni. La biodiversità si impoverisce, le riserve idriche diminuiscono, il suolo si desertifica lentamente.
Il danno non è soltanto paesaggistico: é economico, climatico, sociale.
Ed è destinato a ricadere sulle generazioni future.
Non a caso la normativa nazionale interviene con regole severe.
“La Legge 353 del 2000 –continua l’Ingegnere– vieta il rimboschimento e numerosi interventi nelle aree percorse dal fuoco per almeno cinque anni, salvo specifiche deroghe ministeriali. Una scelta nata per impedire che gli incendi diventino uno strumento attraverso cui modificare l’uso del territorio.”
Guardando agli ultimi vent’anni, il quadro resta impressionante.
Tra il 2004 e il 2024 la Calabria ha perso oltre 234 mila ettari, dei quali circa il 71 per cento costituito da boschi.
Ogni incendio ha interessato mediamente tredici ettari.
Dietro questa media ci sono montagne ferite, habitat compromessi, ecosistemi che impiegheranno decenni per ritrovare il proprio equilibrio.
Eppure, dentro questa fotografia severa, esiste anche un motivo per guardare avanti con fiducia.
Rispetto al 2021, nel 2024 le superfici complessivamente percorse dal fuoco si sono ridotte di circa il 30 per cento, mentre quelle boscate incendiate sono diminuite addirittura del 70 per cento.
Sono risultati che certificano come prevenzione, tecnologia, organizzazione e coordinamento possano cambiare concretamente le cose.
Oggi questa strategia si rafforza con strumenti ancora più evoluti, come la Carta del Rischio Incendi 2025, costruita incrociando la vulnerabilità del territorio con il potenziale danno ambientale, così da individuare in anticipo le aree più esposte e pianificare interventi mirati prima ancora che il fuoco divampi.
Ma il messaggio più importante della relazione non si trova nei grafici.
Non sta nelle percentuali. Nemmeno nelle mappe.
Sta nella conclusione.
Per Vincenzo Sicilia la difesa del patrimonio naturale non può essere affidata esclusivamente alle istituzioni.
Nessun piano regionale, da solo, sarà mai sufficiente.
Serve qualcosa di più profondo: serve una cultura.
Una comunità che riconosca il bosco non come uno spazio qualsiasi, ma come parte della propria identità.
Scuole, associazioni, amministrazioni, volontariato e cittadini devono diventare tasselli della stessa rete, perché la prevenzione nasce molto prima delle sirene e dei canadair.
Nasce dall’educazione, dal rispetto, dalla consapevolezza.
È questa, probabilmente, la lezione più preziosa contenuta nella relazione.
Che il futuro della Calabria non dipenderà soltanto dalla rapidità con cui riuscirà a spegnere gli incendi.
Dipenderà dalla capacità di impedire che vengano accesi!
Perché un bosco salvato non rappresenta soltanto un patrimonio ambientale conservato.
È acqua che continuerà a scorrere, è aria che continuerà a essere respirata, è biodiversità che continuerà a vivere, è sicurezza per chi abita quei territori.
Ed è, soprattutto, un’eredità lasciata a chi verrà dopo di noi.
Il fuoco si può spegnere con uomini, mezzi e tecnologia. Ma la vera vittoria comincia molto prima.
Comincia il giorno in cui un’intera comunità decide che ogni albero, ogni sentiero, ogni bosco non appartengono a qualcuno.
Appartengono a tutti.
E proprio per questo meritano di essere difesi, ogni giorno, come si difende la propria casa.
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