SCALA COELI, LA DISCARICA DELLE CONTRADDIZIONI: OGGI LA REGIONE SCOPRE CIÒ CHE IERI HA TOLLERATO!

Il caso Bieco e quel confine fragile tra rigore ambientale e memoria corta delle istituzioni

Discarica di Pipino (Scala Coeli), all'epoca dell'emergenza ambientale del 2023

Antonio Loiacono

C’è una domanda che pesa come un macigno sul provvedimento con cui la Regione Calabria. In data 19/05/2026 -prot. 410259, ha negato la riattivazione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale alla Bieco S.r.l. e ha avviato il procedimento per la revoca definitiva dell’AIA della discarica di Pipino, a Scala Coeli.

Una domanda semplice, quasi brutale: perché se oggi, negli atti ufficiali, si parla di gravi difformità progettuali, di criticità strutturali, di assenza di adeguati sistemi di monitoraggio, di impianti sottodimensionati e di una gestione del percolato incompatibile con la sicurezza ambientale, allora una verità va detta senza giri di parole: tutto questo non può essere nato ieri!

Non può essere comparso all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno.

La discarica di Pipino non è diventata un problema il 22 giugno 2023, quando il cedimento di sistema provocò lo sversamento di tonnellate di percolato nel reticolo idrografico circostante. Quello è stato solo il momento in cui la crisi è esplosa, il giorno in cui ciò che era rimasto confinato dentro gli argini dell’impianto è venuto fuori. Letteralmente.

Ma il problema, se la stessa ricostruzione della Regione è corretta, era già lì.

Dentro la struttura, dentro la gestione, dentro i margini troppo larghi della vigilanza.

Ed è qui che il provvedimento regionale assume un peso politico enorme.

Perché la Regione oggi sostiene che il nodo centrale dell’illegittimità consista nell’aver fuso due lotti funzionali distinti in un unico grande invaso, alterando in modo sostanziale l’assetto tecnico e l’equilibrio ambientale che avevano sorretto l’autorizzazione originaria del 2019.

Se è così, però, il punto diventa inevitabile.

Chi ha verificato, chi ha collaudato, chi ha firmato?

Chi ha certificato che quell’impianto fosse conforme?

Negli atti esistono sopralluoghi, verbali, autorizzazioni integrative, verifiche tecniche.

Eppure oggi tutto questo sembra dissolversi sotto il richiamo — legittimo, sacrosanto — del principio di precauzione.

Principio che nessuno mette in discussione, ma che non può diventare un “refugium peccatorum” dietro cui occultare responsabilità che vengono da lontano.

Perché dire oggi “fermiamo tutto, il rischio è troppo alto” è giusto.

Ma è altrettanto doveroso ammettere che quel rischio non è cresciuto da solo.

Qualcuno lo ha lasciato sedimentare: per anni.

Ed è qui che si apre la questione più scomoda: non solo quella delle responsabilità del gestore, che difenderà le proprie ragioni nelle sedi amministrative e giudiziarie, ma quella di un sistema pubblico di controllo che troppo spesso sembra vedere le crepe soltanto quando il muro ha già iniziato a cedere.

Scala Coeli, in questo senso, diventa il paradigma di una Calabria che rincorre sempre le emergenze.

Prima si autorizza, poi si tollera, poi si osserva, poi si interviene.

Sempre dopo, sempre troppo tardi!

Nel frattempo il territorio paga il conto.

Lo pagano i cittadini, costretti da anni a convivere con il timore di una ferita ambientale mai davvero rimarginata.
Lo pagano i lavoratori, che vedono appeso il proprio futuro a un eventuale ricorso al TAR.
Lo paga un’intera area interna, ancora una volta schiacciata dentro il conflitto eterno tra sviluppo produttivo e diritto alla salute.

Oggi la discarica di Pipino rischia di chiudere per sempre.

Ma la domanda vera non riguarda soltanto ciò che accadrà domani.

Riguarda ciò che è accaduto ieri.

Perché se davvero quell’impianto era così vulnerabile, così difforme, così esposto al rischio, allora la revoca non rappresenta la conclusione di una vicenda.

È qualcosa di più.

È la certificazione formale di un fallimento collettivo.

E forse il punto più inquietante non è ciò che è successo dentro la discarica, ma tutto ciò che è successo attorno alla discarica.

Nel silenzio, nelle omissioni, nelle lentezze, nelle distrazioni istituzionali!

Intanto, sul fronte civico e ambientalista, la reazione è netta.

Le associazioni che avevano formalmente sollecitato l’intervento della Regione — Legambiente, Legambiente Calabria e il Circolo Legambiente Nicà — parlano di un passaggio cruciale.

In una nota congiunta, definiscono l’avvio della revoca “un atto di particolare rilievo” che conferma la necessità di mantenere alta l’attenzione su una vicenda che da anni interessa il territorio della Sila Greca, del Basso Ionio cosentino e del Crotonese.

Le associazioni rivendicano il lavoro svolto da cittadini, comitati e movimenti ambientalisti che per anni hanno chiesto il rispetto delle norme e la tutela della salute pubblica.

Ma soprattutto lanciano un messaggio chiaro: la partita non è finita.

Perché la revoca amministrativa è solo un pezzo.

Adesso servono controlli costanti, monitoraggio ambientale continuo, messa in sicurezza del sito e trasparenza assoluta verso le comunità locali.

Perché quando si parla di ambiente, la fiducia si misura nei fatti.

E a Scala Coeli, di fatti, per troppo tempo, ne sono mancati troppi!

 

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