■Antonio Loiacono
C’è un istante, prima che uno spettacolo cominci, in cui il pubblico tace senza ancora saperlo. Non è silenzio: è attesa che prende forma. È accaduto anche in Lombardia, dove Amedeo Fusco ha portato (il 23 e 25 Aprile scorsi) per la prima volta il suo intenso “Amedeo Fusco racconta Frida Kahlo”, trovando non soltanto consenso, ma qualcosa di più raro: partecipazione vera.
Il merito sta nella natura stessa del lavoro scenico. Fusco non “interpreta” Frida Kahlo nel senso più prevedibile del termine; la attraversa, la evoca, la restituisce in frammenti vivi. Sul palco non compare una figura museale né una santificazione estetica della pittrice messicana. Appare invece una donna di carne e dolore, di ironia e ferocia, di ferite trasformate in colore. Ed è questa scelta a dare spessore allo spettacolo: non raccontare il mito, ma l’essere umano che il mito ha spesso nascosto.
La parola di Fusco possiede ritmo e misura. Sa fermarsi dove molti eccedono, accelera dove altri indugerebbero. Il suo dire scenico non cerca scorciatoie sentimentali e proprio per questo commuove. Ogni frase sembra trovare il giusto peso tra narrazione civile e confessione teatrale. Frida diventa così presenza mobile: donna ferita, artista irriducibile, simbolo e insieme creatura vulnerabile.
Particolarmente significativa la tappa all’Istituto Martino Bassi di Seregno (23 Aprile), dove il confronto con gli studenti ha prodotto una delle immagini più belle di questa tournée lombarda: un momento molto apprezzato dal DS, Luigi Sabino.
Giovani spesso ritenuti distratti hanno invece ascoltato, reagito, cercato l’artista al termine dell’incontro. “Ho ricevuto abbracci e feedback positivi da parte degli studenti” -racconta Fusco- “mi hanno detto grazie per avergli fatto vivere queste emozioni.” È una frase semplice, e proprio per questo preziosa. Dice che il teatro, quando non si traveste da intrattenimento vuoto, continua a parlare anche alle generazioni più difficili da sorprendere.
Poi Giussano (25 Aprile), nella frazione di Paina. Sala colma, posti occupati, un’aria di occasione condivisa. Non la fredda presenza del pubblico numeroso, ma il calore delle serate che restano. Tra gli spettatori molti compaesani di Fusco, arrivati da Scala Coeli, volti antichi ritrovati dopo anni. “È stato veramente bello poterli rivedere in tanti” confida l’attore. E dentro quella frase c’è il senso profondo del mestiere teatrale: partire, raccontare il mondo, e ritrovare se stessi negli occhi di chi ci conosce da sempre.
Non meno importante il ringraziamento rivolto a chi ha reso possibile l’evento. Fusco cita con riconoscenza Loretta Toscano e Gianni Margherita, definiti “amici leali, sinceri, amici veri”, insieme all’ANPI di Giussano. Parole che restituiscono la dimensione artigianale e umana del teatro migliore: quello che nasce da relazioni autentiche, da mani che preparano, da porte aperte, da ospitalità concreta.
E mentre scorrono i racconti della Brianza, fino alla visita emozionata al Teatro alla Scala, organizzata da Vittoria e Salvatore, emerge un dettaglio decisivo: Fusco non considera il successo come un trofeo, ma come gratitudine condivisa. È una postura rara.
Il suo spettacolo funziona perché non impone emozioni: le libera. Non usa Frida Kahlo come icona decorativa, ma come specchio delle nostre fratture e delle nostre resistenze. In scena si avverte il dolore, sì, ma soprattutto la capacità di rialzarsi trasformando la sofferenza in linguaggio. È il cuore stesso dell’opera di Frida. Ed è il cuore dello spettacolo.
Quando le luci si spengono e gli applausi insistono oltre il dovuto, resta una certezza che nessuna recensione può del tutto contenere: ci sono serate in cui il teatro non finisce con il sipario. Torna a casa con chi c’era, si siede accanto, e continua a parlare sottovoce.
Views: 71

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.