AMMINISTRATIVE 2025: LA CALABRIA AFFIDA IL FUTURO A CHI CONOSCE IL PASSATO!

I TERRITORI PREMIANO LA STORIA, I PARTITI NAZIONALI ARRANCANO. IN CALABRIA VINCONO LE RADICI, NON LE ETICHETTE

Antonio Loiacono

In un’Italia dove la politica sembra sempre più fluida e scollata dal territorio, la Calabria si muove in controtendenza. Le elezioni amministrative del 2025 hanno restituito un paesaggio elettorale in cui le comunità locali si sono strette attorno a figure familiari, affidando il futuro a chi ha già lasciato un’impronta sul campo. Più che nuove promesse, hanno scelto il passo sicuro di chi conosce la strada.

A Rende si è respirata un’aria d’altri tempi, ma non per nostalgia. Il vento che ha soffiato sulle urne non era solo quello della continuità o della fedeltà a un volto noto: era l’odore sottile, tenace, quasi ostinato del garofano, che è tornato ad aprire le finestre della memoria collettiva, riportando alla ribalta una tradizione che sembrava sul punto di dissolversi.

Sandro Principe, figura storica del socialismo calabrese, ha infatti ottenuto una vittoria netta, inequivocabile. Un trionfo che ha il sapore della rivendicazione politica, certo, ma anche quello di una comunità che si riconosce in un linguaggio, in una forma di fare politica che ha radici profonde. In un tempo dominato dai cambi di casacca e dai candidati “civici” spesso costruiti a tavolino, Rende ha scelto la solidità dell’esperienza, la coerenza del percorso, la riconoscibilità di un nome che non ha mai smesso di camminare tra la gente.

E se il garofano è tornato a fiorire, è anche perché l’alternativa non ha saputo conquistare. Le forze regionali si sono mostrate timide, quando non assenti. La giunta alla Cittadella è rimasta in silenzio, schivando un coinvolgimento diretto che potesse legittimare o condizionare i risultati. Le tracce del centrodestra si intravedono qua e là, ma più per volontà di singoli che per una strategia condivisa.

In diverse realtà della Calabria, si è assistito a un fenomeno che va oltre il semplice ritorno di figure note. A Paola e Cetraro, rispettivamente con Roberto Perrotta e Giuseppe Aieta, il quadro si è fatto ancor più chiaro: la memoria politica è diventata valore aggiunto, non ostacolo da cancellare.

Per anni si è parlato di civismo come l’antidoto ai mali della politica. Ma in questa tornata amministrativa, l’entusiasmo indipendente si è scontrato con la prova dei fatti. Se restano alcune presenze significative, la maggioranza dei candidati “fuori dai partiti” non ha convinto, penalizzata dalla mancanza di strutture solide e di una visione a lungo termine. Le comunità vogliono volti noti, ma anche mani esperte.

A cedere il passo non sono solo i civici. Anche i grandi contenitori politici nazionali escono ridimensionati da questa tornata. Il Partito Democratico, salvo rare eccezioni come Lamezia Terme, non ha inciso nelle piazze più significative, segno di una debolezza organizzativa e di un’incapacità cronica nel creare coalizioni credibili e inclusive.

Quanto al Movimento 5 Stelle, la sua presenza nei comuni calabresi rimane evanescente. Il rigore ideologico, privo di un radicamento reale nel territorio, ha prodotto ancora una volta risultati marginali. Il movimento paga l’assenza di figure locali forti e una strategia amministrativa poco comprensibile per l’elettorato.

C’è poi chi ha saputo giocare bene le proprie carte, anche cambiando campo. È il caso di Maria Grazia Vittimberga, riconfermata a Isola Capo Rizzuto nonostante il passaggio dal centrosinistra al centrodestra. Una vittoria che conferma quanto, oggi, la coerenza agli occhi degli elettori non sia tanto legata ai simboli di partito, quanto al modo in cui si esercita il potere: con vicinanza, concretezza, e una rete di rapporti duraturi.

A Cassano allo Ionio, la vittoria di Giampaolo Iacobini porta invece l’impronta netta dell’assessore regionale Gianluca Gallo, uno dei pochi nomi istituzionali ad essersi speso attivamente in campagna elettorale.

L’affluenza si è mantenuta su livelli pressoché stabili rispetto alla precedente tornata, un segnale di tenuta della partecipazione, ma anche di un certo scetticismo generalizzato. Molti votano, pochi si appassionano. L’impressione è che l’elettore calabrese sia sempre più razionale e selettivo, orientato verso ciò che conosce e che funziona, più che verso promesse astratte o esperimenti senza fondamenta.

Le amministrative del 2025 non hanno rivoluzionato la mappa politica calabrese, ma hanno disegnato una linea di tendenza chiara: in un territorio segnato da contraddizioni e ritardi, la politica personale, identitaria e concreta prevale sulla logica di partito. La gente vota chi c’è sempre stato, chi ha saputo mantenere la parola, chi si fa vedere anche quando non ci sono elezioni.

In una regione spesso dimenticata dai riflettori nazionali, l’amministrazione locale resta il vero termometro della fiducia popolare. E quest’anno, il verdetto è stato netto: si premia chi conosce la casa, non chi bussa alla porta per la prima volta.

 

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