QUEI TIFOSI DI RIETI: ULTRAS, VIOLENTI, E – NON PER CASO – ANCHE FASCISTI

Alessandro Barberini di cinquantatré anni, Kevin Pellecchia di venti e Manuel Fortuna  di trentuno: sono i tre tifosi di Rieti, membri della “spedizione punitiva”  decisa contro l’autobus dei loro “nemici” pistoiesi che, lanciando sassi, di quell’autobus hanno ucciso il secondo autista Raffaele Marianella.
Come definire gente del genere?
Per farsi un’idea del loro quoziente intellettivo si può prendere nota del loro comportamento nella sala d’attesa della Questura di Rieti dove, senza pensare di poter essere filmati e registrati, hanno spensieratamente rievocato la loro impresa, su quello svincolo di superstrada, mimando anche il gesto di lanciare quei maledetti sassi.
Nessun segno di pentimento, nessun rimorso: solo la preoccupazione di poter essere incriminati e arrestati. Il che non sorprende: la capacità di provare pentimento e rimorso appartiene a chi ha anche una coscienza, e la coscienza esige consapevolezza, dunque intelligenza.
Un altro non secondario elemento di valutazione discende dal fatto che si tratta di tre “tifosi ultras”.
La fenomenologia del tifo, lo ammetto, mi sfugge perché non ho mai provato quel particolare tipo di febbre che si chiama “tifo sportivo”, vedi poi il tifo da ultras. Però credo di non sbagliare se in quella febbre individuo diversi gradi di intensità, livelli via via più elevati che cominciano con la temperatura assolutamente normale se con simpatia o anche con entusiasmo, ma senza esagerare, si segue la squadra cittadina di calcio, di pallacanestro o di pallavolo, sale verso la febbriciattola quando si sceglie di amare una squadra che con la propria città non ha niente da spartire e si guardano le partite in TV, per poi aggravarsi quando la squadra la si segue allo stadio, anche in trasferta, peggiorare quando ci si scalmana, si lanciano oggetti in campo, si insulta l’arbitro o l’avversario, fino ad arrivare alla follia appunto degli “ultras”: quelli che, come Barberini, Pellecchia e Fortuna, nell’avversario vedono un nemico da odiare, aggredire, picchiare e, all’occasione, ammazzare.
È evidente che la fede cosiddetta “sportiva” ha ben poco a che fare con i comportamenti di questi sedicenti “tifosi”. Non occorre essere sociologhi per capire che, per l’ultrà, la squadra (di calcio, o di un altro sport) non è che un elemento di aggregazione, e che dietro la violenza di questa gente, su uno sfondo di avvilente incultura, c’è un profondo vuoto, un’insoddisfazione di sé, un senso di frustrazione per la totale mancanza di significato della propria vita che induce ad associarsi con altri individui affetti dalla stessa sindrome: altri frustrati fra i quali sentirsi parte di qualcosa, sentirsi forti e importanti, salvo poi sgonfiarsi come palloni bucati quando si viene colti sul fatto e, isolati dal resto della banda, si è posti di fronte alle proprie responsabilità.
Un ulteriore, e determinante aiuto per comprendere la psicologia di questa gente è offerto dalla constatazione che, non di rado,  le bande di ultras appartengono a gruppi organizzati di simpatizzanti d’estrema destra, nostalgici del Ventennio e ammiratori di Mussolini. Non è un caso, che due degli aggressori di Rieti (fra i quali il più anziano, quello che in teoria dovrebbe essere più saggio) siano dichiaratamente e orgogliosamente fascisti.
Perché in generale per essere “ultras”, e in particolare per amare la violenza, odiare l’avversario sportivo e aggredirlo a tradimento, bisogna essere molto stupidi ed è arcinoto che la stupidità, per essere fascisti, non è strettamente necessaria.
Però aiuta.

Giuseppe Riccardo Festa

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