■Antonio Loiacono
Tra le pieghe del nuovo Decreto Sicurezza (approvato ieri dalla Camera con 163 voti favorevoli, 91 voti contrari e un astenuto) su cui il governo aveva posto la questione di fiducia; c’è una norma che rischia di diventare il simbolo di una giustizia preventiva e collettiva: la decadenza automatica dal posto di lavoro per familiari, conviventi, parenti e affini di un soggetto colpito da confisca definitiva di beni :”…La disposizione prevede che, dopo il provvedimento definitivo di confisca, non possano prestare lavoro presso l’impresa confiscata i soggetti che sono parenti, coniugi, affini o conviventi con il destinatario della confisca, o coloro che sono stati condannati, anche in primo grado, per il reato di cui all’articolo 416-bis del codice penale (associazioni di tipo mafioso). I contratti sono risolti ex lege.”!
In altri termini, se lo Stato confisca un’azienda per legami – presunti o accertati – con ambienti criminali, i lavoratori legati per vincolo familiare al soggetto destinatario del provvedimento vengono automaticamente licenziati. Senza processo. Senza contestazione. Senza alcuna verifica sulla loro responsabilità personale.
La norma – già ribattezzata da giuristi e giornalisti come “reato di parentela” – introduce un meccanismo di esclusione preventiva dal mondo del lavoro basato non su fatti o condotte, ma sulla parentela. Nessuna distinzione di grado: coniuge, convivente, fratello, cugino, genero o zia. Se si lavora nell’azienda confiscata, il vincolo familiare è sufficiente per far scattare la risoluzione del contratto.
“Una misura ispirata alla logica della terra bruciata,” osserva un noto costituzionalista, “che si fonda sull’idea che il sospetto contamini tutto ciò che sta intorno al soggetto colpito. Una presunzione assoluta di colpevolezza per contiguità biologica.”
Secondo stime prudenziali, migliaia di persone ogni anno potrebbero perdere il lavoro non per ciò che fanno, ma per chi sono! Si tratta spesso di dipendenti regolari, estranei a qualunque attività illecita, che si troverebbero di colpo senza tutele, senza possibilità di difesa, senza neppure un procedimento a cui opporsi.
“Il risultato è paradossale,” commentano fonti sindacali. “In nome della sicurezza si genera precarietà, povertà e ulteriore emarginazione. E chi viene espulso dall’economia legale può finire, per necessità, proprio in quella illegale.”
Il provvedimento solleva gravi dubbi di legittimità costituzionale, perché sembra contraddire alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento democratico:
- Il principio di responsabilità personale (art. 27 Cost.)
- Il diritto al lavoro (art. 4 e 35 Cost.)
- Il diritto alla difesa e al contraddittorio (art. 24 Cost.)
- Il principio di proporzionalità della sanzione
- Il principio di ragionevolezza nella bilancia tra sicurezza collettiva e diritti individuali.
Quella che era nata come misura preventiva, finalizzata a colpire la criminalità organizzata attraverso la confisca di beni, si trasforma – con questa norma – in una sanzione accessoria collettiva, che travolge anche chi nulla ha a che vedere con reati, infiltrazioni o responsabilità oggettive. L’effetto è quello di una giustizia cieca, che non distingue, non ascolta, non valuta. Che colpisce a cerchi concentrici, in nome della sicurezza, sacrificando interi pezzi di società innocente.
Il “reato di parentela”, come viene ormai chiamato anche nei corridoi della giustizia, rappresenta una deriva inquietante. Una forma di prevenzione totalizzante, in cui la famiglia diventa colpa, il legame diventa condanna, la presunzione diventa certezza. Una norma che rischia di far passare un messaggio devastante: che la sicurezza si conquista sospendendo i diritti, che l’ordine si impone punendo per appartenenza, che la giustizia si amministra su base anagrafica.
E mentre l’obiettivo dichiarato è “colpire la criminalità”, il rischio concreto è allontanare la legalità dalle vite delle persone perbene.
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