QUANTI TRATTORI SERVONO PER FARSI ASCOLTARE DA ROMA?

In Calabria la protesta degli agricoltori continua tra presìdi, trattori e strade interessate dalla mobilitazione. La Regione ha stanziato 15 milioni contro il caro carburante. Ma la partita più importante si gioca a Roma. E la domanda resta: quanto deve diventare grande una protesta perché diventi una questione nazionale?

La protesta sulle strade della Calabria

■Antonio Loiacono

Quanti trattori servono per diventare una notizia nazionale?

Cinquanta?

Cinquecento?

Mille?

Duemila?

Oppure bisogna semplicemente trovarsi abbastanza lontano dalla Calabria per meritare una diretta?

La domanda non è provocatoria soltanto per fare rumore.

È una domanda giornalistica.

Perché in Calabria non stiamo assistendo alla protesta di qualche agricoltore arrabbiato che ha deciso di mettere il trattore sulla strada.

Qui c’è una mobilitazione che ha attraversato territori diversi e coinvolto agricoltori, allevatori, autotrasportatori e cittadini.

Davoli, Pizzo, Rosarno, Cosenza, Spezzano Albanese, Firmo-Sibari, Crotone, ecc.

Trattori, presìdi, svincoli interessati dalla protesta, strade condizionate dalla mobilitazione e persone che continuano a stare lì.

Non per una fotografia!

Perché sostengono di non riuscire più a far quadrare i conti.

Il problema, in fondo, è semplice da capire.

Chi produce deve sostenere il costo del carburante, dell’energia, dei concimi, dei mangimi, della manutenzione, dei mezzi, del personale e di tutto ciò che serve per portare avanti un’azienda.

Poi deve vendere e qui arriva il punto.

Quanto rimane a chi produce?

Perché se il produttore vende a un prezzo che non copre più i costi e il consumatore continua a pagare prezzi elevati al supermercato, la domanda diventa inevitabile: dove si perde il valore lungo la filiera?

Non è una domanda da tifoseria politica.

È una domanda economica e riguarda tutti.

L’agricoltore che produce, il camionista che trasporta, il commerciante che vende, Il consumatore che compra.

E la politica?

Qui bisogna essere corretti.

Dire che la politica non abbia fatto nulla sarebbe una ricostruzione troppo semplice.

La Regione Calabria ha approvato un intervento da 15 milioni di euro per il caro carburante, dopo la proposta avanzata dal presidente Roberto Occhiuto.

È un provvedimento concreto e va raccontato.

Ma proprio perché va raccontato, va posta anche la domanda successiva: bastano 15 milioni per affrontare una crisi che gli agricoltori descrivono come strutturale?

Perché il prezzo dei carburanti non è una competenza che la Regione può governare da sola e gran parte delle questioni sollevate dalla protesta porta inevitabilmente a Roma.

Accise, prezzi dei carburanti. politiche agricole, importazioni, redditività delle aziende, pratiche commerciali, tutela delle produzioni, misure contro i costi di produzione.

Qui la responsabilità politica si allarga e il Governo nazionale non può semplicemente osservare la protesta da lontano!

Alla Camera, intanto, sono già arrivate interrogazioni sulla crisi che sta interessando agricoltori, allevatori e pescatori.

Le richieste riguardano misure urgenti e strutturali per sostenere redditività, liquidità e credito delle imprese e contrastare pratiche commerciali considerate penalizzanti per i produttori.

Anche alcune organizzazioni agricole si sono mosse a Roma.

Dunque no. Non è vero che nessuno stia facendo nulla.

Ma questo non chiude la questione.

La apre.

Perché una cosa è approvare un provvedimento, un’altra è capire se quel provvedimento riesca davvero a cambiare la situazione di chi sta dall’altra parte della barricata.

Gli agricoltori continuano a protestare e allora bisogna ascoltarli!

Non soltanto quando bloccano una strada, non soltanto quando arrivano le telecamere, non soltanto quando la protesta diventa abbastanza grande da disturbare la circolazione.

Bisogna ascoltarli prima.

Perché un trattore fermo sulla strada è l’ultima fotografia di un problema che probabilmente è iniziato molto prima.

È iniziato nei conti dell’azienda, nelle fatture, nei costi di produzione, nei prezzi riconosciuti. nei debiti, nell’incertezza.

Nella sensazione, sempre più diffusa tra chi lavora nei campi, che produrre non significhi più necessariamente riuscire a vivere del proprio lavoro.

E i sindacati?

Anche questa domanda va fatta.

Dove sono le grandi organizzazioni di rappresentanza?

Qual è il loro ruolo in questa protesta?

Quali richieste stanno portando ai tavoli istituzionali? Quali risultati stanno ottenendo?

Non basta esserci quando arriva il momento delle dichiarazioni.

Se una categoria arriva a mettere i trattori sulle strade per essere ascoltata, allora il tema della rappresentanza diventa inevitabile.

Non è un’accusa.

È una domanda e le domande, quando riguardano migliaia di lavoratori, meritano risposte.

Poi c’è un’altra questione.

Quella dei media!

Dire che nessuno ne abbia parlato sarebbe falso.

La protesta è stata raccontata anche dall’informazione nazionale e RaiNews ha documentato, tra l’altro, il presidio di Davoli.

Ma il punto è un altro.

Quanto spazio ha avuto questa mobilitazione rispetto alla sua dimensione?

Perché è questa la domanda che merita di essere posta.

Quando una protesta si concentra in una grande città, l’Italia intera spesso viene chiamata a guardare.

Quando accade in Calabria, troppo spesso rischia di rimanere confinata nella cronaca regionale e questo non significa necessariamente che qualcuno abbia deciso di oscurarla.

Significa però che esiste una gerarchia delle notizie e quella gerarchia può essere discussa.

Perché una protesta che coinvolge interi territori, mette in difficoltà la viabilità e porta in strada migliaia di persone non è soltanto una questione locale.

È una storia nazionale.

Questa protesta non riguarda soltanto la Calabria.

Riguarda il cibo che arriva sulle nostre tavole, il prezzo che paghiamo, riguarda chi produce, chi trasporta, riguarda la sopravvivenza delle aziende agricole, interi territori che rischiano di perdere attività, lavoro e presidio umano.

E allora forse sarebbe meglio smettere di guardare quei trattori soltanto come un problema di traffico.

Perché dietro ogni trattore c’è un’azienda.

Dietro un’azienda c’è una famiglia, dietro una famiglia c’è un territorio e dietro quel territorio c’è una parte dell’economia italiana.

La Regione ha messo 15 milioni, Il Governo ha strumenti più ampi, Il Parlamento discute.

Le organizzazioni agricole avanzano richieste, La protesta continua.

Adesso il punto non è stabilire chi abbia ragione attraverso uno slogan.

Il punto è verificare che cosa succederà concretamente.

Quanto arriverà alle aziende?

Quando e con quali criteri?

Quanto durerà l’intervento? Quali misure strutturali arriveranno?

E soprattutto: tra sei mesi gli agricoltori saranno ancora costretti a protestare per gli stessi motivi?

Questa è la domanda che conta.

Perché un contributo può tamponare un’emergenza ma non può diventare la soluzione permanente a un sistema che non regge.

Torniamo allora alla domanda iniziale: quanti trattori servono per diventare una notizia nazionale?

Forse mille non bastano, forse duemila non bastano.

Forse non dovrebbe servire nemmeno un trattore. Dovrebbe bastare la voce di una persona che dice: «Io lavoro. Ma così non riesco più a vivere del mio lavoro».

Quella frase dovrebbe essere sufficiente.

Perché dietro quel trattore non c’è soltanto un agricoltore.

C’è il cibo che mangiamo, c’è il lavoro, c’è una famiglia, c’è un territorio e c’è una Calabria che non chiede di essere compatita.

Chiede di essere ascoltata!

Non quando avrà chiuso le aziende, non quando i campi resteranno incolti, Non quando i giovani avranno deciso di andarsene: adesso!

Perché un trattore fermo può essere una protesta ma migliaia di trattori che si fermano sono un segnale e ignorare un segnale non significa che il problema sia scomparso.

Significa soltanto che, prima o poi, qualcuno dovrà spiegare perché non lo ha ascoltato!

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