Sia chiaro: non ho nessuna intenzione di stigmatizzare chi ama gli animali, dato che mia moglie ed io siamo ospitati da Margot e da Martino, due gatti (i veri padroni di casa), che benignamente accettano di convivere con noi e con la nostra amata setter irlandese, Penelope detta Penny.
Io amo gli animali e in effetti, tra le poche stonature che ho individuato nella pur armoniosa sinfonia della predicazione del defunto papa Francesco (fra le quali la battuta infelice sulla “frociaggine” nei seminari, la pur scontata condanna dell’aborto e dell’eutanasia e il rifiuto di far accedere le donne al sacerdozio), c’è anche una sua critica rivolta a chi tiene in casa, coccola e ama gli animali ponendo così in secondo piano, a suo avviso, il doveroso amore verso gli esseri umani. Una critica incomprensibile, a maggior ragione tenendo conto del nome che si era scelto e delle implicazioni che quel nome comporta.
Tutto ciò premesso, non posso però non notare un fenomeno che, a mio parere, è più eloquente, a proposito di denatalità, di cento studi statistici e di mille discorsi di politici, soprattutto di quei politici (in stile Simone Pillon) che amano ripetere il mantra “Dio, patria e famiglia”, e vagheggiano, per quanto riguarda il terzo elemento del trinomio, una famiglia composta da un padre operoso lavoratore, una madre dolce angelo del focolare, e una nidiata di pargoli amorosamente allevata e severamente educata da entrambi (con la moglie comunque in subordine): insomma, lo stereotipo della famiglia del Mulino Bianco, solo un po’ più stucchevole e con qualche recita del rosario fra un amorevole sorriso e l’altro.
Il fenomeno che ho notato riguarda la pubblicità e i brevi filmati, i cosiddetti “reel”, che la gente pubblica sui social network.
Chi, come me, ha sul groppone una collezione di lustri, si ricorda certamente dei tempi in cui in TV il mitico “Carosello” pubblicizzava il detersivo che lava più bianco del bianco, l’amarissimo che fa benissimo, la lavatrice promessa sposa di un robot, Angelino che si lavava la tunichetta con il Super-Trim, il dentifricio a strisce rosse e quello all’esaclorofene (“con quella bocca può dire ciò che vuole”; solo in seguito si scoprì che l’esaclorofene è un micidiale cancerogeno), il caballero del caffè Paulista e gli abitanti del pianeta Papalla la cui moglie aspettava un Philco, la lacca Cadonet che fissava morbido morbido.
Ebbene, oltre a questi, e a tanti altri prodotti, ne erano reclamizzati anche moltissimi dedicati alla prima infanzia: “Bambino, tu bisogna pannolini Lines”, diceva l’ippopotamo Pippo a un frignante neonato; un tizio con la faccia da americano e l’audio fuori sincrono (molto prima di Enrico Ghezzi) magnificava gli omogeneizzati Gerber e poco dopo un jingle cantava “Chicco, dove c’è un bambino”. E poi c’era il formaggino Mio, da sciogliere nel brodino e mescolare con la pastina glutinata Buitoni (ancora non si sapeva nulla della celiachia), c’erano i barattoli di omogeneizzati Plasmon, le merendine Girella, il borotalco “per il suo culetto rosa” (“ma attenzione, se non è Robert’s non è borotalco”), e tutti i bambini sognavano Ercolino-sempre-in-piedi e la mucca Carolina. Quando poi la salute presentava qualche problema, ai bambini buoni, e anche a quelli cattivi, si dava il Confetto Falqui (“forse non ci sono bambini cattivi, ma solo bambini indisposti”), e la puntura si faceva con l’ago indolore (“Fatto” diceva l’infermiera. “Già fatto?!” rispondeva la bimba stupita).
Di prodotti per gli animali, allora, nella pubblicità non c’era traccia. Chi aveva un cane o un gatto non si preoccupava certo, come noi oggi, di prevenire zecche e pulci con costosi medicinali e di nutrirli con alimenti monoproteici: nella ciotola ci cadevano avanzi, non raffinate crocchette. Non ci si preoccupava di assicurarsi che avessero il pelo sempre lucido, di tener loro puliti i denti, di spendere fortune per curarli se si ammalavano; e non di rado i gattini di troppo (chi pensava a sterilizzare i mici adulti?) erano affogati senza rimorsi.
Oggi succede il contrario: i prodotti per l’infanzia, dai pannolini ai giocattoli, dagli alimenti ai sussidi igienici, sono del tutto spariti dalle raffiche di spot pubblicitari che imperversano su tutti i canali televisivi, mentre abbondano quelli dedicati al benessere dei “pelosetti”. Quanto ai social network, traboccano di gatti acrobati, o dolcissimi, o curiosi, e di storie pietose di cani restituiti al benessere dopo una vita di abusi o ancora di eroici segugi che salvano la famiglia abbaiando sul principiare di un incendio. I cuccioli, sia di cani che di gatti, inteneriscono e le bestiole vecchie e malandate ispirano tanta pietà e collezionano “like”. Bambini? manco l’ombra.
In conclusione, e lo dico limitandomi a una constatazione, astenendomi da ogni valutazione morale, la pubblicità e i social network interpretano ed esaltano la nostra società così come essa è oggi: la prima per motivi puramente economici, fiutando la mentalità e i gusti della gente e assecondandoli, e i secondi, quei gusti e quella mentalità, rappresentandoli.
Quale che sia il motivo (difficoltà economiche, inadeguatezza dei servizi sociali, scarsa propensione all’impegno che la genitorialità impone, paura di un futuro sempre più incerto), la gente non prova quasi più interesse per i bambini ma sente pur sempre il bisogno di coccolare qualcosa. Così ci si dedica a Fido e a Fuffi, che per di più non piangeranno la notte da piccoli, crescendo non prenderanno votacci a scuola, non rientreranno tardi la sera, non rischieranno di frequentare cattive compagnie e non ingombreranno casa anche dopo i trent’anni.
Se è vero, come è vero, che pubblicità e i social network sono lo specchio dei tempi che viviamo, beh, allora bisogna ammettere che questi non sono certo tempi gratificanti.
Giuseppe Riccardo Festa
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