■Antonio Loiacono
A Scala Coeli l’acqua non fa rumore quando arriva. Non più. È un rumore che tutti conoscono già, una presenza annunciata, quasi rituale. Le piogge torrenziali degli ultimi giorni hanno fatto il resto, trasformando ancora una volta le campagne lungo il Nicà in una distesa instabile, satura, ferita. Ma ridurre tutto a un nubifragio sarebbe comodo e falso.
La lettera che i proprietari dei terreni hanno inviato a istituzioni regionali e nazionali non nasce dall’urgenza del momento. Nasce dalla stanchezza. Da una memoria che non si cancella con il sole del giorno dopo. Non c’è rabbia scomposta in quelle righe, piuttosto una lucidità che colpisce: la consapevolezza che qui non si è di fronte a un’eccezione, ma a una regola che si ripete. Sempre negli stessi punti. Sempre sugli stessi campi.
Il Nicà si ingrossa e tracima. Lo fa nelle aree che i nomi raccontano meglio di qualsiasi perizia: “Le Macchie”, “Dignità”, “Piscialetto”, “Destre Patia”, “Verdara”, “Bosco”, “Serricelle”, “San Martino Piscitriale”, “Porcile”, “Scandalo”, “Pagarita”, “Jaretto”, “Manche Renza”!
Toponimi che sembrano innocui, quasi poetici, e che invece oggi funzionano come un elenco di cicatrici. Cambiano le date, non cambia la sostanza. L’acqua entra, ristagna, resta e porta via più di quanto si veda.
Qui l’agricoltura non è un settore produttivo nel senso astratto del termine. È una grammatica quotidiana. È tempo misurato sulle stagioni, sulle mani, sull’attesa. Quando l’acqua invade i campi non distrugge solo un raccolto: incrina un equilibrio. Porta con sé la sensazione, lenta e corrosiva, che restare diventi ogni anno un po’ più difficile.
E sarebbe un errore, lo dicono chiaramente gli stessi proprietari, pensare che il problema si esaurisca lungo un corso d’acqua. Scala Coeli, tutta, oggi mostra segni di fragilità. Nel centro storico affiorano smottamenti e cedimenti ancora attivi, come se il terreno stesse parlando una lingua che nessuno vuole tradurre fino in fondo. Strade, abitazioni, infrastrutture osservate con quella cautela che non è ancora paura, ma le assomiglia. Più in là, negli allevamenti e nei presìdi zootecnici della località Arone, l’instabilità del suolo e le infiltrazioni mettono a rischio animali e lavoro. Silenziosamente.
La richiesta che sale dal territorio non è confusa. Anzi. È fin troppo chiara. Non interventi tampone. Non promesse stagionali. Si chiedono soluzioni strutturali, definitive. Bonifiche, messa in sicurezza, prevenzione. Si chiede che qualcuno guardi a questa vicenda non come a un problema marginale, ma come a una questione di dignità territoriale.
Perché quando un territorio viene lasciato solo non crolla di colpo. Si svuota. Prima lentamente, poi all’improvviso. Ogni campo abbandonato è una resa. Ogni azienda che chiude è una famiglia che parte. E quando le famiglie se ne vanno, restano i nomi sulle mappe e poco altro.
Il tono della lettera è rispettoso, ma non remissivo. Non chiede privilegi. Chiede tutela. Chiede ascolto, attenzione, responsabilità. Ricorda che ogni campo allagato è una storia, ogni azienda in difficoltà una famiglia. E che ogni silenzio istituzionale pesa, a volte, più del fango.
L’acqua, prima o poi, se ne andrà. È sempre andata via. Quello che resta, invece, dipenderà dalle scelte che verranno fatte adesso. Da una risposta che non sia solo formale. Perché su queste colline non sta passando solo una piena. Sta passando il confine sottile tra resistenza e abbandono.
Views: 492

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.