Rubrica
“Cose di paese”
di Don Liborio, vecchio barista e osservatore incallito della politica nostrana
Diciamolo chiaro e senza troppi giri di parole: a Pietrapaola si sta consumando la più tenera storia d’amore dell’anno. Manco fosse una fiction RAI con finale consolatorio. Una maggioranza senza fiato si ritrova sorretta da un’opposizione che – improvvisamente – si scopre innamorata della responsabilità istituzionale.
L’hanno chiamata “scelta responsabile”, ma puzza di tregua estiva. Tipo quelle coppie in crisi che dicono: “Aspettiamo dopo le ferie per decidere”. Nel frattempo, mare, sorrisi, e magari pure un selfie insieme, alla sagra dell’anguria!
“Offriamo un sostegno temporaneo per superare questo momento critico, ritenendo che questa sia la scelta più utile per la cittadinanza.”
Tradotto: facciamo finta di essere tutti amici… almeno fino a settembre perché, si legge in una dichiarazione, “…terminata la stagione estiva, qualora non vi siano reali novità, il Sindaco prenda atto dell’ingovernabilità e si torni alle urne.”
È il classico paradosso della politica paesana: gridare allo scandalo fino a ieri, per poi – come nulla fosse – mettersi il costume da “statista” e offrire una “tregua balneare”.
Il tutto bel nome del “bene collettivo”!
Ma di quale collettività parliamo, se chi ha l’onere del controllo e della proposta si trasforma in stampella della maggioranza senza una visione, senza un piano, senza condizioni concrete?
L’accordo, chiamiamolo così, tra chi un tempo si fronteggiava a colpi di comunicati e voti contrari, oggi assume i toni sdolcinati di un amore tardivo, riscoperto in nome del “bene comune”. Ma sotto questa vernice ecumenica, si nasconde un’alchimia di potere, utile a mantenere a galla un’amministrazione politicamente sfiancata, a corto di numeri e — forse — anche di idee.
Chi ieri parlava dai banchi dell’opposizione con toni trancianti, oggi siede accanto alla maggioranza con dichiarazioni ultracrepidarie (per restare in tema), pontificando su responsabilità condivise e visioni di futuro. Ma quale visione può nascere dalla confusione dei ruoli e dall’ambiguità del linguaggio politico?
C’è chi in politica indossa i colori forti per avvertire che è tossico. A Pietrapaola, invece, si indossano colori rassicuranti – quelli della moderazione e del dialogo – per nascondere calcoli, contorsioni e convenienze.
Un vero “aposematismo politico” che, invece di scoraggiare, finisce per confondere.
La domanda che molti cittadini si pongono, è semplice: Perché chi ieri gridava alla incapacità oggi tende la mano?
E soprattutto: chi decide quando “finisce l’estate”? C’è una data? Un termometro morale? O sarà la prossima tornata di voti in aula a chiarire quanto durerà questa fragile e provvisoria luna di miele?
Un’abbondanza di retorica e buoni propositi che serve a mascherare l’assenza di un vero progetto alternativo per il paese. Perché è facile offrire “sostegno temporaneo” se non si ha una proposta permanente.
Tutti gli occhi ora sono puntati sul consiglio comunale del prossimo 24 luglio. Riuscirà questa fragile alleanza ad attraversare indenne il primo scoglio pubblico? E se i numeri reggeranno, quale sarà il prezzo politico da pagare?
E se invece il castello di carte dovesse crollare alla prima folata di dissenso, chi avrà il coraggio di dire che la responsabilità non è mai stata vera?
Ora, io che ho visto passare quattro sindaci, tre dissidenti e due finti rivoluzionari, ve lo dico: quando opposizione e maggioranza parlano la stessa lingua… è perché stanno dicendo le stesse cose. Solo che non vogliono farlo sapere troppo in giro.
E allora via con le parole grandi: “cittadinanza”, “istituzioni”, “transizione democratica”… ma la verità è che nessuno ha voglia di andare a casa a settembre.
Che poi, a dirla tutta, chi sta sulle spine è il paese vero, quello che sperava in una scossa, in un cambio, in una nuova prospettiva. E invece si trova davanti lo stesso spettacolo: vecchie facce, vecchi accordi, vecchi trucchetti. E ora ci tocca pure la farsa del “vediamo a settembre”. A settembre che fate? Tornate opposizione? Vi scambiate di sedia? Fate finta di non esservi mai sostenuti?
Io non sono un politologo. Faccio il caffè (e anche buono). Ma se c’è una cosa che so è questa: il paese non è un alibi per salvare la propria poltrona. Il paese ha bisogno di scelte vere, anche scomode. Non di inciuci estivi col bacio finale.
E se proprio volete innamorarvi in politica, almeno fateci l’onore di dirlo chiaramente. Che qui nessuno è fesso!
Alla prossima puntata, se non mi chiudono il bar prima!

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