■Antonio Loiacono
A Scala Coeli, l’alba si è presentata come una stanza allagata: l’acqua ferma, il silenzio denso, la sensazione che qualcosa fosse successo mentre tutti dormivano. Non un evento improvviso, ma una lunga veglia notturna del cielo, culminata in un nubifragio capace di lasciare segni profondi.
È l’eredità tardiva del ciclone extratropicale “Harry”, che tra il 19 e il 20 gennaio ha attraversato il Sud come una promessa mantenuta male. Questa notte, Scala Coeli, ha ricevuto il conto finale. E lo ha trovato nelle sue campagne.
Lungo il corso del Nicà, fiume discreto e spesso dimenticato, la località “Pantano” è tornata a essere ciò che il nome suggerisce da secoli. Non un caso, ma una verità antica rimasta scritta nella toponomastica come un avvertimento. Qui l’acqua ha ripreso spazio, nonostante un primo intervento subito dopo il ciclone, ha superato argini invisibili, ha occupato i campi senza chiedere permesso.
Gli uliveti e gli aranceti — ossatura verde di questa parte di Calabria — sono ora immersi in un paesaggio che non riconoscono. Le radici, abituate alla parsimonia del Mediterraneo, si trovano sommerse da un eccesso improvviso. I proprietari osservano in silenzio: sanno che l’acqua stagnante non è solo un disagio temporaneo, ma un pericolo lento, capace di compromettere raccolti, piante, anni di lavoro.
Qui l’agricoltura non è un settore economico astratto. È una forma di tempo. Un calendario fatto di gesti ripetuti, di stagioni che si parlano, di attese necessarie. Quando questo tempo viene interrotto, il danno non si misura soltanto in ettari allagati, ma in equilibrio spezzato. Come se una melodia antica fosse stata improvvisamente suonata fuori tono.
Per questo gli agricoltori chiedono interventi concreti, non dichiarazioni. Bonifiche, opere di messa in sicurezza, soluzioni capaci di evitare che episodi simili si ripetano. La Regione Calabria, è ora chiamata a una risposta che vada oltre l’emergenza. Perché il rischio vero non è solo l’acqua di oggi, ma la rassegnazione di domani.
Ma l’emergenza di Scala Coeli non è un’eccezione: è un caso-studio. Racconta di una gestione del rischio idrogeologico frammentata, spesso reattiva, raramente preventiva. Racconta di corsi d’acqua minori che diventano improvvisamente protagonisti solo quando esondano. Racconta di fondi annunciati, piani scritti, opere mai completate.
La sicurezza del territorio non è una questione emergenziale, ma politica nel senso più pieno del termine. Richiede scelte, priorità, continuità amministrativa. Richiede il coraggio di investire prima che l’acqua torni a reclamare spazio.
La scena, oggi, ha qualcosa di cinematografico: distese sommerse che riflettono un cielo stanco, figure umane che attendono ai margini dei campi, come comparse di un film senza musica. Ma non c’è finzione in tutto questo. Solo fango, silenzio e la lenta preoccupazione di chi sa che il tempo, in agricoltura, non concede repliche.
Se non si interviene ora, il danno rischia di propagarsi. Le ferite della terra, quando ignorate, diventano cicatrici permanenti. E in territori dove l’economia agricola e zootecnica rappresenta quasi l’unica risorsa, ogni cicatrice è una possibilità in meno di restare.
L’acqua, prima o poi, defluirà. Resterà però la domanda su cosa fare del vuoto che lascia: se colmarlo con cura e visione, o permettere che diventi abbandono. Perché ci sono tempeste che finiscono in una notte, e altre che continuano a soffiare negli anni, silenziosamente.
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