■Antonio Loiacono
C’è un’Italia che partecipa e un’Italia che resta ai margini. Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 – chiuso con la vittoria del NO al 53,74% e un’affluenza nazionale al 58,93% – restituisce ancora una volta la fotografia di un Paese diviso non solo politicamente, ma geograficamente e socialmente. E se il dato nazionale racconta una scelta chiara, è nel Mezzogiorno, e in particolare nel basso Jonio cosentino, che quella scelta assume contorni più complessi: meno partecipazione, più distanza, e un voto che spesso diventa silenzio.
Il risultato referendario si inserisce in una linea ormai riconoscibile: le grandi riforme costituzionali sottoposte al vaglio popolare vengono respinte. Dopo il 2006 e il 2016, anche il 2026 conferma una tendenza che va oltre il merito dei quesiti. Il voto si trasforma in un giudizio politico complessivo, spesso sul governo in carica.
“Il responso degli italiani va rispettato, ma impone una riflessione profonda sulle riforme”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle ore successive allo scrutinio. Una lettura che trova riscontro nei numeri: più che un consenso alternativo, emerge una diffidenza strutturale verso modifiche percepite come calate dall’alto.
Se il dato nazionale raggiunge il 58,93%, la Calabria si ferma attorno al 48,39%, con la provincia di Cosenza sostanzialmente allineata (48,28%). È un divario che non sorprende, ma che continua a interrogare.
Secondo i dati ISTAT, oltre il 30% dei giovani meridionali tra i 18 e i 34 anni vive stabilmente fuori dalla propria regione per studio o lavoro. Una mobilità che incide direttamente sulla partecipazione elettorale, soprattutto in assenza di strumenti efficaci di voto a distanza.
Il risultato è una democrazia a due velocità: più accessibile nei territori centrali e settentrionali, più faticosa e discontinua nel Sud.
Nel dettaglio territoriale, il basso Jonio cosentino conferma e amplifica queste dinamiche.
Cariati: (38,49%) affluenza sotto la soglia del 50%, con prevalenza del NO in linea con il dato nazionale
Crosia: (40,41%) partecipazione contenuta, orientamento maggioritario contrario alla riforma;
Corigliano-Rossano (40,03%); dato più articolato, ma comunque segnato da un’affluenza inferiore alla media italiana e da una netta affermazione del NO.
Caloveto (40,31), Cropalati (48,48%) e Longobucco (40,67%) a conferma del trend territoriale; Calopezzati (44,81%) e Mandatoriccio (41,28%), con tendenza omogenea verso il rifiuto della riforma!
Pietrapaola, (41,82%) e Scala Coeli (38,62%), piccoli centri dove il peso dell’astensione è ancora più evidente;
Campana (40,22%) e Bocchigliero (43,77%); Terravecchia (28,63%) l’affluenza più bassa dell’area: segnale di una disconnessione crescente tra cittadini e istituzioni!
In diversi comuni, la carenza di dati ufficiali disaggregati in tempo reale rende difficile una lettura puntuale, ma il trend complessivo è chiaro: meno elettori alle urne e una scelta prevalentemente negativa tra chi vota.
La regola del sei: 2006, 2016, 2026! Tre referendum costituzionali, tre respingimenti!
Non è una semplice coincidenza cronologica, ma un indicatore politico. Ogni tentativo di riforma ampia e strutturale si scontra con una resistenza diffusa, trasversale, che attraversa territori e schieramenti.
Più che il contenuto, pesa il contesto: personalizzazione dello scontro, debolezza del consenso parlamentare, difficoltà di comunicazione delle riforme. Il referendum diventa così uno strumento di veto popolare più che di conferma.
Ma nel Sud, e nel basso Jonio cosentino in particolare, c’è un elemento che altera ulteriormente il quadro: l’impossibilità pratica di votare per migliaia di cittadini.
Studenti universitari a Bologna, Milano o Roma. Lavoratori stagionali o precari lontani dalla Calabria. Per molti di loro, esercitare il diritto di voto significa affrontare costi e tempi proibitivi.
“Io avrei votato, ma non potevo permettermi di tornare”, racconta uno studente originario di Cariati. Una frase che sintetizza un problema strutturale.
Nonostante il dibattito sulla digitalizzazione e sul voto elettronico, l’Italia resta ancorata a un sistema che penalizza chi si sposta. E i dati lo confermano: dove la mobilità è più alta, la partecipazione è più bassa.
Il referendum del 2026 non è solo un voto respinto. È un segnale. Racconta di un Paese in cui la partecipazione non è garantita allo stesso modo per tutti, in cui il diritto di voto si misura ancora con ostacoli materiali, non solo politici.
Nel basso Jonio cosentino, questo divario è visibile, concreto, quotidiano. E finché non verrà colmato, ogni risultato elettorale porterà con sé una domanda irrisolta: quanti, davvero, hanno potuto scegliere?

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