■Antonio Loiacono
Nel crepuscolo caldo di ottobre, l’aeroporto di Lamezia Terme si è riempito di volti in attesa. Qualcuno stringeva un cartello, altri semplicemente lo sguardo. Quando Vincenzo Fullone è apparso oltre la vetrata degli arrivi, il brusio si è trasformato in un applauso sommesso, il tipo di applauso che non celebra ma accoglie.
Cinquantatré anni, un passato da attivista radicato nella sua Calabria e uno sguardo che sembra portare ancora il riverbero del mare, Fullone tornava da una missione che voleva essere gesto di pace: la Freedom Flotilla, un convoglio di imbarcazioni dirette verso Gaza con a bordo aiuti umanitari. La sua nave si chiamava Conscience — coscienza — un nome che, dopo quanto è accaduto, suona come un presagio.
Intercettata in acque internazionali, la Conscience è stata fermata dalla marina israeliana. Gli attivisti a bordo, tra cui Vincenzo, sono stati trattenuti per giorni in Israele. Non si è trattato di un viaggio interrotto, ma di una testimonianza spezzata: una linea d’acqua trasformata in confine, e poi in prigione.
Quando ha rimesso piede a Mirto Crosia, Vincenzo non aveva con sé le medicine né i medici che sperava di portare a Gaza. Tornava solo, con lo zaino leggero e lo sguardo pieno di ciò che non è riuscito a compiere. Parlava piano, come chi pesa ogni parola: «Ci hanno fermati — ha raccontato — ma quello che abbiamo vissuto noi non è nulla, se penso a ciò che ogni giorno sopportano le persone che restano laggiù».
Attorno a lui, amici e attivisti si sono stretti in un abbraccio corale, convocato da un tam-tam sui social. Nessuna bandiera, solo volti e silenzi. In quell’abbraccio, forse, la consapevolezza che certe frontiere non si attraversano: si testimoniano.
A Mirto Crosia l’aria profuma di legna e sale, e il vento di ottobre arriva dal mare come un messaggero antico. Vincenzo Fullone cammina lentamente per le vie del paese, salutato da chi lo conosce da sempre: un gesto del capo, una mano che si alza, un “bentornato” sussurrato più col cuore che con la voce.
Casa sua è sempre la stessa, solo lui è cambiato! Ha nello sguardo la distanza dei giorni trascorsi in mare, l’eco dei porti chiusi e delle domande che non trovano risposta. Non parla di arresti né di interrogatori, preferisce ricordare le onde, il silenzio della notte sul ponte, il pensiero costante di chi, a Gaza, continua ad aspettare.
«Non mi sento un eroe», dice piano. «Mi sento solo uno che ha provato a portare qualcosa, e che tornerà a farlo finché servirà».
Poi resta un attimo fermo a guardare l’orizzonte, dove il blu del mare si confonde con quello del cielo. Lì, dove tutto sembra finire, lui vede ancora una strada da percorrere.
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