IL “GENERALE” SFONDA IL FORTINO CHIARELLO: CAMPANA CAMBIA PELLE DOPO UNDICI ANNI!

Campana consegna il Comune a Giacinto Parrotta. Finisce l’era di Agostino Chiarello e, dietro una lista civica, il vento politico gira ancora verso destra

Il "Generale" Giacinto Parrotta è il nuovo sindaco di Campana

■Antonio Loiacono

Per undici anni, a Campana, il municipio ha avuto lo stesso baricentro politico. Cambiavano le stagioni, le maggioranze nazionali, perfino gli umori del paese, ma il nome di Agostino Chiarello restava il punto fermo attorno a cui ruotava la vita amministrativa campanese. Poi arrivano giorni in cui anche ciò che sembra consolidato comincia improvvisamente a perdere peso. Non con un crollo fragoroso. Piuttosto lentamente, quasi in silenzio, fino al momento in cui le urne trasformano una sensazione diffusa in un fatto politico definitivo.

Lo si vedeva nelle facce. Nei telefoni che ricominciavano a squillare. Nel modo in cui alcuni evitavano perfino di incrociare gli sguardi.

Undici anni non finiscono con una firma, finiscono con un silenzio!

E quello che fino a poche settimane fa sembrava improbabile, oggi è già realtà politica: Giacinto Parrotta — per tutti “il Generale” — è il nuovo sindaco di Campana. Agostino Chiarello lascia il municipio dopo oltre un decennio passato alla guida della macchina amministrativa campanese, dentro una stagione che, nel bene e nel male, aveva finito per identificarsi con il suo stesso nome.

Non è stata una semplice alternanza.

Le alternanze hanno qualcosa di ordinato. Di quasi fisiologico. Qui invece c’è stato uno sfondamento!

Perché la sensazione, osservando queste amministrative, è che Campana abbia votato molto più con il nervo che con la geometria politica. Come se una parte del paese avesse improvvisamente sentito il bisogno di interrompere una continuità diventata troppo lunga per non trasformarsi in abitudine.

E le abitudini, in politica, prima o poi iniziano a somigliare a fortezze.

Parrotta questo lo aveva capito da tempo. Ha costruito una campagna elettorale irregolare, quasi militare nei tempi e nella presenza sul territorio. Nessuna estetica da professionista della politica. Piuttosto il contrario: contatto diretto, pressione costante, linguaggio semplice, riconoscibile. A tratti perfino ruvido: funzionava proprio per questo.

I numeri, del resto, raccontano molto più di quanto sembri. Su 1.988 aventi diritto hanno votato in 921: il 46,33%. Un dato più basso rispetto al 50,30% registrato nelle precedenti amministrative. Anche nell’affluenza si intravede qualcosa che somiglia a una stanchezza collettiva, a un rapporto con la politica diventato meno rituale, meno automatico.

Sezione dopo sezione il paese ha mostrato fratture diverse.

Nella prima sezione hanno votato 226 elettori su 612 aventi diritto: 36,93%. Una partecipazione fredda, quasi trattenuta. Una scheda nulla, una bianca, nessuna contestazione.

La seconda sezione ha registrato 338 votanti su 723 elettori, pari al 46,75%, con tre schede nulle e quattro bianche.
La terza, invece, è stata quella più partecipata: 357 votanti su 653 aventi diritto, il 54,67%. Quattro schede nulle, una bianca. Nessuna contestata.

Numeri piccoli, apparentemente marginali. Eppure nei comuni dell’entroterra anche poche decine di voti finiscono per assomigliare a correnti profonde.

Dietro la formula civica della lista vincente, però, resta un dato che supera Campana e parla un linguaggio ormai familiare in molti comuni italiani: il baricentro elettorale continua lentamente a spostarsi verso destra. Magari senza simboli di partito troppo visibili. Senza liturgie ideologiche. Ma con una domanda precisa di rottura, controllo, identità e discontinuità.

È un voto che spesso non si dichiara apertamente politico — e forse proprio per questo lo è ancora di più.

Chiarello esce sconfitto ma non ridimensionato. Undici anni amministrativi in un piccolo comune dell’entroterra non sono soltanto un’esperienza politica: diventano presenza quotidiana, relazioni, mediazioni continue, logoramento. Alla lunga persino il consenso più solido smette di proteggere.

C’è poi un dettaglio che nei piccoli paesi pesa sempre più dei manifesti: il tempo.

A Campana molti ragazzi che oggi votano per la prima volta hanno conosciuto soltanto l’era Chiarello. E quando una leadership attraversa un’intera generazione, il cambiamento finisce quasi per assumere un valore simbolico indipendentemente dai programmi.

Come se il paese avesse sentito il bisogno di vedersi diverso, almeno per una notte.

Il nuovo governo cittadino porterà ora il nome e l’impronta politica di Giacinto Parrotta. Accanto al neo sindaco siederanno in consiglio Maria Ammannato, Giuseppina Cava, Francesco Iacovino, Maria Mingrone, Saverio Francesco Nigro, Domenico Pugliese e Rocco Vulcano.

Sui banchi dell’opposizione, invece, resteranno Agostino Chiarello, Mario Francesco Ammannato e Rosa Aprigliano. E anche questa immagine — i volti della continuità diventati improvvisamente minoranza — racconta forse meglio di qualsiasi percentuale il significato politico della notte appena trascorsa.

Fuori dai seggi, intanto, andava in scena il rituale antico di ogni notte elettorale del Sud: clacson impazziti, botti che rimbalzavano tra le case, abbracci larghi, motorini lanciati nella piazza come se il paese avesse improvvisamente accelerato il battito. L’euforia dei vincitori si mescolava al silenzio più composto di chi, fino a poche ore prima, immaginava un finale diverso.

Ma sotto il rumore della festa c’era qualcosa di più profondo.

A Campana non è caduta soltanto un’amministrazione. È terminata un’epoca politica che per undici anni aveva coinciso con il volto stesso del Comune. E nei paesi dell’entroterra, dove tutto resta inciso più a lungo — i cognomi, le alleanze, le fratture, perfino certe strette di mano — la fine di un ciclo non passa mai davvero inosservata.

Perché le elezioni, qui, non cambiano soltanto chi governa. Cambiano gli equilibri invisibili, i rapporti di forza, le geografie umane di una comunità intera.

E stamattina, tra le strade di Campana, c’è già qualcuno che parla del futuro. Ma c’è anche chi ha capito che da questa notte il paese non potrà più raccontarsi allo stesso modo.

La squadra del “Generale”

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