■Antonio Loiacono
Un silenzio antico avvolgeva la Concattedrale di San Michele Arcangelo ieri sera, 19 febbraio, mentre le ultime luci del giorno si spegnevano oltre le mura di Cariati. La Concattedrale, posta a riparo tra le pietre dell’affascinante centro storico della cittadina affacciata sullo Ionio, sembrava custodire un’attesa. Le ombre si allungavano tra le navate, accarezzando capitelli e altari come mani invisibili, custodi di una memoria che attraversa i secoli. In quel luogo dove la pietra sembra trattenere il respiro della storia, stava per essere evocato un passato capace di parlare ancora al presente.
Non era soltanto la presentazione di un libro.
Era un atto di rivelazione.
“Diocesi di Cariati – Storia, cronotassi dei vescovi, santità (1437-1986)”, l’opera di don Gaetano Federico, parroco della storica Concattedrale, raccoglie e ricompone cinque secoli di vicende ecclesiastiche e umane. Un lavoro rigoroso e appassionato, nato tra archivi, documenti, firme antiche e carte ingiallite dal tempo. Pagine che ricostruiscono successioni episcopali, attraversamenti storici, figure di santità, restituendo al territorio la coscienza di un cammino lungo e complesso.
Cinque secoli non sono una celebrazione.
Sono una responsabilità!
Nel corso dell’incontro il volume è stato definito “un’altra pietra per non dimenticare”: un’espressione che racchiude il senso della serata, la volontà di aggiungere memoria alla memoria, affinché nulla venga disperso.
L’editore Demetrio Guzzardi, di Progetto 2001, che ha curato la pubblicazione del volume, non si è limitato a illustrare il libro: ha evocato il lavoro silenzioso che lo precede. Con parole misurate ma vibranti, ha accompagnato i presenti dentro corridoi d’archivio appena illuminati, tra faldoni custoditi per decenni, sigilli spezzati e inchiostri sbiaditi. Ha restituito la percezione concreta di una ricerca paziente, quasi artigianale, capace di riportare alla luce vicende rimaste troppo a lungo nell’ombra.
Particolarmente sentito l’intervento del sindaco Cataldo Mino, che ha parlato “da sindaco e da cittadino orgoglioso della storia della nostra comunità”. Ha annunciato l’impegno dell’amministrazione ad acquistare copie del volume da destinare agli studenti delle scuole: un gesto concreto perché la memoria non resti patrimonio di pochi, ma diventi eredità condivisa.
La dirigente scolastica dell’IIS di Cariati, Sara Giulia Aiello, ha richiamato con forza il valore educativo della storia, ricordando come la conoscenza delle proprie radici sia fondamento per formare coscienze consapevoli. Una comunità che ignora il proprio passato – ha sottolineato – rischia di smarrire il senso del proprio cammino. La memoria, se accolta nelle scuole, diventa strumento di cittadinanza, responsabilità e discernimento.
Denso di memoria vissuta l’intervento di Antonio De Nardo, già professore di Lettere al Liceo di Cariati e testimone di una stagione ecclesiastica significativa per la città. Con la sensibilità del docente e la consapevolezza di chi ha attraversato direttamente alcune trasformazioni importanti della vita diocesana, ha evidenziato la dimensione culturale e civile dell’opera, ricordando come la storia della Chiesa locale sia intrecciata alla storia stessa della comunità.
Momento di intensa suggestione è stata l’esecuzione di alcuni brani da parte del coro della Concattedrale, le cui voci si sono innalzate tra le navate come un filo di luce, avvolgendo l’assemblea in un’atmosfera di profondo raccoglimento e condivisa appartenenza.
La lettura affidata ai ragazzi del Liceo Scientifico di Cariati ha restituito al pubblico la forza evocativa di alcuni passaggi dell’opera. Con voce sicura e partecipata, gli studenti si sono accostati senza timore al testo di don Gaetano, affrontando pagine dense di storia e spiritualità con rispetto ma anche con consapevole curiosità. Non una lettura formale, ma un incontro autentico tra giovani voci e antiche carte: segno che quelle pagine possono ancora parlare al presente e aiutare a “non dimenticare le nostre radici”.
Poi, le parole di don Gaetano, che hanno condensato il senso dell’intera opera:
«Raccontare è un atto di carità», ha affermato, ma subito dopo ha svelato la sorgente intima del suo lavoro: «Nello spirito della mia missione sacerdotale ho colto l’opportunità di mettere mano alle carte dell’Archivio Storico Diocesano di Cariati per farle rivivere. Un popolo deve riappropriarsi delle proprie radici, per scoprire con autenticità da dove viene, chi è realmente e le mete che si prefigge di raggiungere».
Cinque secoli di storia – inseriti in un solco ancora più antico, che affonda nelle vicende di Cerenzia, Umbriatico, Strongoli – non sono soltanto successioni di nomi e date, ma una trama attraversata da luci e ombre, da epidemie e rinascite, da esili e ritorni. Una storia che, come quella del popolo d’Israele evocata dallo stesso autore, conosce la gioia e la prova, la presenza e la dispersione, ma resta custodita dalla fedeltà di Dio, Signore del tempo e della storia.
Nel suo intervento, don Gaetano ha consegnato alla comunità non solo un libro, ma una responsabilità: quella di non lasciare che la memoria si consumi nell’oblio. Perché custodire gli archivi significa custodire un’anima; e riaprire quelle pagine significa restituire alla comunità la coscienza di sé, affinché la nostra Cariati possa tornare a riconoscersi viva, orgogliosa della propria storia civile e religiosa.
A suggellare la serata, la voce autorevole del vescovo della diocesi di Rossano-Cariati, monsignor Maurizio Aloise, che ha richiamato la memoria non come semplice archivio del tempo, ma come eredità viva affidata alla comunità dei credenti. Una memoria che, nella prospettiva della fede, diventa anamnesi – presenza operante di ciò che è stato – capace di illuminare il discernimento del presente e orientare, nella responsabilità ecclesiale, i passi verso il futuro.
Quando le campane hanno segnato l’ora e la Concattedrale è tornata al suo silenzio, è rimasta una certezza: conoscere la storia della propria diocesi non è un esercizio di nostalgia, ma un gesto di maturità collettiva.
Non è stata soltanto la presentazione di un libro. É stata la riaffermazione di una voce di comunità.
E in quella voce, antica di cinquecento anni, Cariati ha riconosciuto ancora una volta sé stessa.
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