«TUTTO HA IL SUO TEMPO»: DON GAETANO LASCIA CARIATI, MA LA MISSIONE CONTINUA!

«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo» (Qoèlet 3,1). Tre anni di ministero, volti e legami affidati alla memoria. Il sacerdote parte per Spezzano Albanese, portando nel cuore una comunità che non smetterà di accompagnarlo nella preghiera

«Ite, missa est». La celebrazione è terminata, ma per le comunità di San Michele Arcangelo e San Cataldo, a Cariati, il saluto a don Gaetano Federico non rappresenta soltanto la conclusione di un incarico pastorale. È anche il momento in cui riaffiorano esperienze condivise, incontri e legami costruiti nel tempo.

Domenica 18 ottobre, nella Concattedrale di Cariati, don Gaetano ha salutato entrambe le comunità parrocchiali nel corso di un’unica celebrazione. Un commiato carico di significato per il sacerdote, insediatosi il 23 settembre 2023, che ora si prepara a proseguire il proprio ministero a Spezzano Albanese.

Il nuovo incarico prenderà ufficialmente avvio sabato 24 ottobre, alle ore 18, nella chiesa di San Pietro, dove don Gaetano assumerà la guida della parrocchia di San Pietro e di Santa Maria del Carmine, oltre al ruolo di rettore del Santuario della Madonna delle Grazie.

A Cariati, invece, si aprirà una nuova fase per le due comunità. Domenica 25 ottobre, alle ore 18, nella Concattedrale, faranno ingresso don George, come amministratore parrocchiale, e don Onofrio, come viceparroco di San Michele Arcangelo e San Cataldo.

Prima di partire, don Gaetano ha voluto ripercorrere il cammino compiuto. Non ha nascosto le difficoltà, non ha eluso le fragilità e non ha trasformato il saluto in una celebrazione senza ombre. Ha scelto, piuttosto, di parlare con sincerità: riconoscere il bene ricevuto, ringraziare chi ha collaborato, chiedere perdono per ciò che avrebbe potuto fare meglio e lasciare parole che possano continuare a vivere anche dopo la sua partenza.

Nel momento della separazione, il sindaco Cataldo Minò ha riconosciuto in don Gaetano «un punto di riferimento per la cultura e la storia della nostra comunità», sottolineandone la vicinanza costante alle istituzioni e ai cittadini.

Un rapporto caratterizzato, ha evidenziato il primo cittadino, da un «dialogo schietto, costruttivo, improntato sul rispetto reciproco».

Parole che raccontano un sacerdote capace di andare oltre il perimetro della propria missione religiosa, partecipando alla vita civile e culturale della città. Perché una comunità non è fatta soltanto di strade, piazze e istituzioni: è fatta soprattutto di persone, di relazioni e della disponibilità a incontrarsi anche quando le idee non coincidono. È in questo spazio, spesso silenzioso ma essenziale, che si misura il valore di una presenza.

Ancora più intimo e struggente è stato il saluto di Leonardo Alosa, intervenuto in rappresentanza della parrocchia di San Cataldo. La commozione ha dato alle sue parole il peso di un sentimento condiviso, quello di chi non saluta soltanto un sacerdote, ma una persona entrata nella quotidianità delle famiglie.

Alosa ha ricordato don Gaetano come un’«infaticabile presenza nelle famiglie» e ha sottolineato «la gioia tangibile di stare in mezzo a noi».

Poi, quasi a voler mettere in quelle parole tutto ciò che un semplice ringraziamento non sarebbe riuscito a contenere, è arrivata la frase più intensa: «Perdonaci per le nostre fragilità umane e ringraziamo il Signore per averci fatto dono di conoscere un sacerdote con le tue qualità».

In quel passaggio c’è molto più di un elogio. C’è la consapevolezza che ogni rapporto umano è fatto anche di limiti, incomprensioni e occasioni mancate, ma che il bene condiviso può essere più forte delle imperfezioni. C’è il riconoscimento di una presenza che ha saputo entrare nelle case e nelle storie delle persone, là dove la vita si mostra senza cerimonie, tra le preoccupazioni quotidiane, le attese, la malattia, le gioie e le ferite.

Ed è forse proprio questo il segno più profondo che un sacerdote può lasciare: non soltanto il ricordo delle celebrazioni officiate, ma quello di qualcuno che, in un momento difficile, ha saputo esserci.

Don Gaetano non ha nascosto il dispiacere per una separazione che, ha assicurato, riguarda anche lui. «Tre anni di permanenza in mezzo a voi sono pochi», ha detto, lasciando trasparire il peso di un distacco che non cancella l’affetto, ma lo mette alla prova.

Il trasferimento, ha raccontato, non era nei suoi programmi. La proposta del Vescovo lo ha portato a riflettere, a interrogarsi e infine ad accogliere la nuova destinazione come parte della propria missione. Una decisione che non ha eliminato la fatica di lasciare, ma che il sacerdote ha scelto di vivere nella prospettiva della fede.

Nel suo saluto ha trovato spazio anche una richiesta di perdono rivolta a chi non ha ricevuto abbastanza tempo e ascolto e a chi possa essersi sentito ferito da qualche suo comportamento. Non un dettaglio secondario, ma uno dei passaggi più umani del commiato: riconoscere che nessun ministero, per quanto generoso, è immune da limiti e che la grandezza di una persona passa anche dalla capacità di ammetterli.

Tra le attività ricordate figurano la visita e la benedizione delle famiglie, la catechesi biblica, l’adorazione eucaristica, il servizio agli ammalati e l’impegno di catechisti, gruppi liturgici e volontari. Un lavoro che non avrebbe potuto compiersi senza la disponibilità di tante persone, spesso lontane dai riflettori, ma indispensabili alla vita delle parrocchie.

Ogni comunità, infatti, è anche il risultato di gesti che non fanno notizia: una porta aperta, una sala preparata, una visita a chi è solo, una mano tesa a chi attraversa un momento difficile. Sono azioni semplici, talvolta invisibili, che non entrano nei bilanci ufficiali, ma possono diventare la parte più preziosa della memoria di un sacerdote e dei suoi fedeli.

Il ministero di don Gaetano non si è svolto soltanto negli spazi delle chiese e negli incontri diretti con i parrocchiani. Nel 2025 si è sviluppato anche attraverso la collaborazione con CariatiNet, che dal 1° gennaio alla fine dello stesso anno ha ospitato la trasmissione «Un santo al giorno», condotta dal sacerdote.

Un appuntamento dedicato alla conoscenza dei santi e alla diffusione di contenuti religiosi e spirituali, capace di portare la riflessione cristiana anche attraverso gli strumenti della comunicazione digitale.

La collaborazione ha rappresentato un ulteriore modo per raggiungere le persone, offrendo occasioni di approfondimento e di incontro con figure della tradizione cristiana. Perché la testimonianza della fede può attraversare linguaggi e strumenti differenti, arrivando anche là dove la distanza, gli impegni quotidiani o le difficoltà personali rendono meno semplice la partecipazione diretta alla vita parrocchiale.

Quell’esperienza resterà parte del percorso compiuto a Cariati: un ponte tra la dimensione religiosa e quella della comunicazione, tra la comunità riunita in chiesa e il pubblico raggiunto attraverso uno schermo.

Anche in questo caso, il valore non sta soltanto nella trasmissione di contenuti, ma nella possibilità di mantenere aperto un dialogo, condividere conoscenza e invitare alla riflessione. Una presenza che ha trovato nella collaborazione con CariatiNet un’altra strada per parlare alle persone e accompagnarle nella quotidianità.

Il bilancio di don Gaetano non si è fermato alle attività realizzate. Il sacerdote ha richiamato anche le difficoltà emerse nei rapporti tra alcuni operatori pastorali: rivalità, incomprensioni e gruppi chiusi che rischiano di trasformare il servizio in una contrapposizione e di allontanare proprio coloro che una comunità dovrebbe saper accogliere.

«Siamo in chiesa per servire il Signore e non noi stessi», ha ricordato.

Una frase netta, che non ha bisogno di molte spiegazioni. Il servizio alla fede perde il suo significato quando diventa occasione di divisione, ricerca di riconoscimento personale o motivo di esclusione. La comunità cristiana è chiamata a essere una casa, non un territorio da presidiare; un luogo in cui si impara a camminare insieme, non uno spazio nel quale stabilire chi abbia più diritto di parlare o di decidere.

È una riflessione che riguarda non soltanto le parrocchie, ma ogni comunità umana: le divisioni possono consumare lentamente anche le realtà più generose, mentre il confronto sincero e il perdono possono restituire fiducia.

Il bilancio dei tre anni trova un riscontro anche nei dati riferiti dal sacerdote.

Dietro le cifre ci sono momenti decisivi della vita delle persone: bambini accolti nella comunità cristiana, giovani che hanno ricevuto un sacramento, coppie che hanno pronunciato una promessa, famiglie che hanno accompagnato i propri cari nell’ultimo saluto.

I numeri raccontano anche una realtà più difficile. La diminuzione delle nuove generazioni, l’invecchiamento della popolazione e lo spopolamento del territorio pongono interrogativi sul futuro delle comunità ecclesiali.

Particolarmente significativo il dato dei battesimi celebrati in Concattedrale nell’anno in corso: soltanto cinque. Un numero che non è soltanto una statistica, ma il segnale di una trasformazione che attraversa Cariati e molti centri del territorio. Dietro ogni culla in meno c’è una famiglia che non si forma, una casa che rischia di restare vuota, una comunità che deve interrogarsi su come continuare a vivere e a trasmettere le proprie tradizioni.

Anche la Chiesa è chiamata a confrontarsi con questo cambiamento: custodire la fede, certamente, ma senza perdere il contatto con le paure e le speranze di una popolazione che invecchia e che spesso vede partire i propri giovani.

Tra i risultati ricordati da don Gaetano figurano gli interventi sulle strutture ecclesiastiche. Al suo arrivo, la sacrestia della Concattedrale era interessata da infiltrazioni dal tetto che, secondo quanto riferito, si trascinavano da circa trent’anni. Attraverso verifiche tecniche, una gestione oculata delle risorse e il contributo dei comitati e della Diocesi, il problema è stato risanato.

Resta da completare la sistemazione degli ambienti, anche in vista del possibile trasferimento dell’archivio storico diocesano dell’antica Diocesi di Cariati e di quanto rimane della biblioteca custodita nei locali del Vescovado, dichiarato inagibile.

Un altro passaggio importante è stata la riapertura della chiesa di San Cataldo, dopo gli interventi resi necessari dalle infiltrazioni e dalle condizioni dell’edificio. Don Gaetano ha ricordato la preoccupazione condivisa con il compianto don Rocco Scorpiniti e il lavoro svolto con la comunità e il comitato.

Nel bilancio sono entrate anche le chiesette del centro storico: interventi alla Santissima Trinità, la sistemazione della facciata di Sant’Antonio grazie a due donatori e le buone condizioni della chiesa dell’Annunziata.

Rimane invece da verificare la concreta disponibilità dei fondi regionali attesi per il campanile e la facciata della Concattedrale. Lo stesso sacerdote ha definito la notizia ancora ufficiosa, esprimendo la speranza che il lavoro della Diocesi e i contatti istituzionali possano finalmente condurre al risultato atteso.

Non tutto è concluso, dunque. Alcuni interventi attendono di essere completati, altri progetti richiedono nuove energie e una continuità di impegno. È il passaggio inevitabile da un ministero al successivo: chi parte lascia opere da custodire, problemi da affrontare e responsabilità che non possono esaurirsi con un cambio di guida.

Ma i luoghi della fede non sono soltanto edifici. Sono memoria, appartenenza, storia familiare. Una chiesa riaperta restituisce alla comunità non solo uno spazio, ma un pezzo della propria vita collettiva.

Don Gaetano ha inoltre ringraziato i comitati di San Leonardo e San Cataldo per il lavoro svolto in occasione delle feste patronali e per il contributo al mantenimento delle strutture ecclesiastiche.

Un posto speciale è stato riservato al presepe vivente, giunto alla quinta edizione e capace di coinvolgere circa un centinaio di persone. Un’esperienza che ha trasformato la partecipazione in un’opera collettiva, mettendo insieme generazioni e disponibilità differenti. Un patrimonio da preservare, perché la tradizione continua a vivere soltanto quando qualcuno sceglie di raccoglierla e trasmetterla.

Non è mancato il riconoscimento del rapporto di collaborazione con l’Amministrazione comunale, né il richiamo al valore storico del centro cittadino. Cariati, ha ricordato don Gaetano, merita attenzione per la sua bellezza e per i legami con le generazioni che l’hanno preceduta.

Un saluto è stato rivolto anche agli Amici di don Vitetti, impegnati nella promozione della causa di beatificazione del servo di Dio, e all’associazione Radici, che ha avviato le proprie attività proprio nella Concattedrale.

Nel congedarsi, don Gaetano ha lasciato tre indicazioni che valgono come una consegna alle comunità che si prepara a salutare.

Accogliere i nuovi sacerdoti senza pregiudizi. Aprire le porte e il cuore, senza pretendere che chi arriva sia la copia di chi è partito. Ogni sacerdote porta con sé una storia, una sensibilità e un modo diverso di servire. La comunità è chiamata a conoscerlo, sostenerlo e costruire con lui un nuovo cammino.

Superare rivalità e divisioni. Evitare che i gruppi diventino ambienti chiusi, nei quali pochi decidono e gli altri restano ai margini. La comunione non è una parola da pronunciare durante le celebrazioni: è una responsabilità quotidiana, fatta di ascolto, collaborazione e rispetto.

Evitare la “mormorazione”. Scegliere il confronto diretto, rispettoso e fraterno. Se c’è qualcosa da correggere, bisogna avere il coraggio di parlarne con la persona interessata, senza alimentare giudizi alle spalle. Perché le parole possono ferire in silenzio e scavare distanze che, con il tempo, diventano difficili da colmare.

Il messaggio è chiaro: una comunità cristiana non si misura soltanto dal numero delle celebrazioni o dalla riuscita delle iniziative, ma dalla capacità di accogliere, perdonare e camminare insieme. È questa la sfida che don Gaetano affida a Cariati, insieme alle opere realizzate e alle esperienze condivise.

Il momento più intenso del saluto è arrivato quando don Gaetano ha voluto rispondere a chi ha vissuto il trasferimento come un abbandono.

«Spezzano Albanese non era nei miei programmi», ha raccontato, spiegando di essere rimasto sorpreso dalla proposta del Vescovo. Poi ha aggiunto: «È nei programmi di Dio, e io come tale l’ho accolto».

Quindi le parole che hanno dato il senso più profondo alla sua partenza: «Il mio non è un abbandono. Non fuggo. Qualcuno mi ha detto: “Ci hai abbandonato, ci hai lasciato”. Non fuggo. Non vi lascio: seguo la mia missione».

Non è una frase che cancella la tristezza. È, piuttosto, il tentativo di dare a quella tristezza una direzione, di spiegare che la separazione non annulla ciò che è stato costruito e che una chiamata può condurre lontano senza chiedere di dimenticare chi si lascia.

Per chi resta, il cambiamento avrà il volto delle abitudini che mutano: una voce diversa durante le celebrazioni, un nuovo modo di accompagnare la comunità, altri passi nei luoghi conosciuti. Per chi parte, ci saranno una nuova chiesa, nuove famiglie da incontrare, nuove domande alle quali provare a rispondere. E, in mezzo a tutto questo, la memoria di chi ha fatto parte del cammino precedente.

Don Gaetano ha ringraziato la Madonna Celeste, i santi Leonardo, Cataldo e Michele Arcangelo, e i servi di Dio monsignor Eugenio Raffaele Faggiano e don Alessandro Vitetti, figure legate alla memoria spirituale della comunità.

Poi ha consegnato ai presenti un’immagine semplice e potente, capace di dare forma a ciò che spesso le parole faticano a esprimere: «Quando si parte per un’altra meta la valigia diventa più pesante, ma non di cose: di volti, di cuori, di esperienze».

E infine: «Nella mia valigia ci siete tutti voi, ma soprattutto nel mio cuore».

In quella valigia immaginaria non ci sono oggetti da sistemare in fretta prima della partenza. Ci sono le persone incontrate, le mani strette, le conversazioni, le feste, le preghiere, le difficoltà affrontate insieme. Ci sono anche gli errori, le incomprensioni e le richieste di perdono. Tutto ciò che rende autentico un legame, perché nessuna esperienza umana è fatta soltanto di momenti facili.

E forse è proprio questa la parte più difficile di ogni addio: accettare che la presenza quotidiana finisca, senza che per questo debba finire l’affetto. La comunità continuerà a vivere, il sacerdote proseguirà il suo servizio altrove, ma una parte della loro storia resterà in comune.

C’è una formula antica che accompagna il congedo dalla celebrazione eucaristica: Ite, missa est. Andate, la Messa è finita. Ma nella fede cristiana la fine della celebrazione non è la fine della missione. È il momento in cui ciò che è stato pregato deve diventare vita, servizio e testimonianza.

È questo il significato più profondo della partenza di don Gaetano Federico. A Spezzano Albanese lo attende una nuova comunità, con le sue attese, le sue fatiche e le sue speranze. A Cariati rimangono opere da custodire, progetti da completare e relazioni da non disperdere.

Il sindaco ha riconosciuto in lui un riferimento per la cultura e la storia cittadina. Leonardo Alosa ha ricordato la sua presenza nelle famiglie. Don Gaetano ha restituito alla comunità il proprio bilancio, fatto di gratitudine, richiami e speranza. La collaborazione con CariatiNet e la conduzione di «Un santo al giorno» hanno aggiunto un’altra dimensione al suo percorso, portando la testimonianza religiosa anche attraverso gli strumenti della comunicazione.

Sono modi diversi di raccontare un’esperienza, ma tutti riconducono a un punto essenziale: il valore di una presenza non si misura soltanto dal tempo trascorso in un luogo, ma dai segni che lascia nelle persone.

Ora la prova passa anche a chi resta: accogliere i nuovi sacerdoti, superare le divisioni, proteggere i luoghi della fede e trasformare il ricordo in impegno. Perché la gratitudine più autentica non consiste nel trattenere chi parte, ma nel fare in modo che il bene condiviso non vada perduto.

Buon cammino, don Gaetano. Che il Signore renda feconda la terra che ora ti affida e custodisca quella che lasci. Che San Michele vegli su Cariati, che i santi Leonardo e Cataldo proteggano le loro comunità e che la luce di Cristo accompagni ogni tuo passo.

Il sacerdote parte, ma non porta con sé soltanto una valigia. Porta le preghiere sussurrate, le mani strette, i volti incontrati, le lacrime e le speranze di una comunità. Porta anche il ricordo di chi gli è stato vicino e di chi, magari senza trovare le parole per dirlo, avrebbe voluto chiedergli di restare ancora un poco.

A Cariati lascia il compito di custodire il bene seminato, perché nessuna opera di fede si compie davvero in un uomo soltanto: fiorisce quando altri la raccolgono, la alimentano e la fanno vivere. E forse il modo più bello per salutare un sacerdote è proprio questo: non chiedergli di fermarsi, ma accompagnarlo con la preghiera, affidando a Dio la strada che lo attende.

Le strade possono dividersi. Gli altari possono cambiare. Gli incarichi possono finire. Ma ciò che viene affidato a Dio non conosce confini, né distanze, né addii definitivi.

Perché il Vangelo non si congeda: riparte. E ogni volta che un sacerdote lascia una comunità per raggiungerne un’altra, la Chiesa rinnova il suo cammino, con la stessa promessa che attraversa i secoli: Cristo resta, la fede continua, la missione non finisce.

Ite, missa est. La celebrazione si conclude. La missione continua!

 

 

 

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