A CESARE QUEL CHE È DI CESARE! LA FOTO È DI PIETRAPAOLA, IL MISTERO RESTA A SCALA COELI

Il confronto effettuato nello studio dell’ingegnere Mario Giordano ha permesso di identificare il manufatto ritratto nella fotografia pubblicata: è la lapide conservata su una colonna esterna della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Pietrapaola. Ma resta da chiarire che cosa videro i testimoni nel vecchio edificio conosciuto a Scala Coeli come il «Castello»

Manufatto presente su una colonna esterna della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Pietrapaola!

■Antonio Loiacono

È quanto accaduto nella ricerca sulla lapide legata alla devastazione del 2 luglio 1644, che si riteneva fosse stata custodita per anni in un locale del cosiddetto «Castello» di Scala Coeli, prima di scomparire.

La mattina di oggi, presso lo studio dell’ingegnere Mario Giordano, nella marina di Pietrapaola, un confronto diretto ha portato a una scoperta decisiva: la fotografia pubblicata su queste pagine in data 12 Ottobre scorso come testimonianza della lapide di Scala Coeli, ritrae invece il manufatto presente su una colonna esterna della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Pietrapaola!

A dimostrarlo non è soltanto il testo latino. Coincidono anche i particolari materiali della pietra: incisioni, graffi e fori, dettagli distintivi che permettono di ricondurre l’immagine al manufatto esistente.

La fotografia, dunque, era stata attribuita erroneamente alla pietra ricordata a Scala Coeli. Una correzione necessaria, che tuttavia non risolve l’intera vicenda. Perché se l’immagine appartiene, per come effettivamente appartiene, alla lapide di Pietrapaola, resta da capire quale fosse il manufatto descritto dai testimoni di Scala Coeli.

Ci sono persone che guardano una pietra e vedono un frammento di materia. Altre riescono a scorgervi una storia, un enigma, una domanda che attraversa i secoli e attende ancora una risposta.

Mario Giordano appartiene a questa seconda categoria. Ingegnere e appassionato studioso di storia, affianca alla formazione tecnica una spiccata curiosità per il patrimonio storico e archeologico, collaborando con ricercatori e studiosi, anche al di fuori della Calabria.

Il suo approccio richiama quello di un moderno Indiana Jones: non tanto l’avventuriero cinematografico alla ricerca di tesori perduti, quanto l’esploratore che segue gli indizi, confronta le tracce e non si accontenta delle apparenze. Con una differenza importante: la preparazione ingegneristica offre strumenti utili per osservare i manufatti, esaminarne le caratteristiche e valutare le corrispondenze materiali.

È proprio il valore dei particolari a emergere nel confronto effettuato nel suo studio. Il testo inciso, da solo, avrebbe potuto suggerire una coincidenza; la corrispondenza anche di graffi, fori e incisioni ha permesso invece di ricondurre la fotografia alla specifica lapide di Pietrapaola.

La vicenda ricorda quanto sia importante, nella ricerca storica, mettere alla prova le ipotesi attraverso riscontri concreti. Non basta che due iscrizioni si assomiglino: occorre stabilire se si stia osservando lo stesso manufatto, una riproduzione oppure due testimonianze distinte.

E proprio questa verifica, anziché chiudere il caso, ha reso più precisa la domanda da cui ripartire.

Secondo diverse testimonianze, nel locale di un antico edificio conosciuto a Scala Coeli come il «Castello» sarebbe stata rinvenuta una pietra con un’iscrizione. Il locale, utilizzato anche come deposito, ospitava il manufatto ancora alla fine degli anni Ottanta. In un periodo compreso tra il 2011 e il 2016, la pietra non sarebbe più stata trovata al suo posto.

La fotografia ora ricondotta a Pietrapaola non può dimostrare l’identità di quella pietra né confermare che riportasse la stessa iscrizione.

Rimane quindi da verificare che cosa fosse il manufatto ricordato dai testimoni, quale testo recasse, da dove provenisse e che fine abbia fatto. Le testimonianze rappresentano una pista da approfondire, ma non bastano, da sole, a dimostrare l’esistenza di una seconda lapide identica a quella di Pietrapaola.

Per proseguire occorrono eventuali fotografie diverse da quella appena identificata, documenti relativi al vecchio edificio e testimonianze dirette di chi vide la pietra. Sarà inoltre necessario distinguere chi ricorda personalmente il manufatto da chi ne ha sentito parlare in un secondo momento.

La ricerca bibliografica aveva già individuato un collegamento significativo. Nel contributo di Antonello Savaglio, Notizie di attacchi turcheschi lungo la costa ionica cosentina in età moderna, pubblicato nel volume Relitti, porti e rotte nel Mediterraneo del 2009, compare la seguente iscrizione:

Die II julii 1644 Templum et oppidum Hoc Turcharum classis devastavit.

La traduzione è: «Il 2 luglio 1644 la flotta dei Turchi devastò questo tempio e questo abitato».

Savaglio collega l’epigrafe alla memoria dei superstiti di Pietrapaola, che avrebbero fatto incidere quelle parole sulla parete destra della chiesa di Santa Maria delle Grazie per ricordare il sacrificio dei propri familiari.

Il confronto diretto ha ora confermato che la fotografia pubblicata ritrae la lapide conservata presso la chiesa. Non chiarisce, invece, se esista un rapporto tra questo manufatto e la pietra ricordata a Scala Coeli.

Il contributo di Savaglio ricostruisce anche l’incursione del 1644, quando una flotta turca raggiunse il golfo di Rocca Imperiale e proseguì lungo la costa, colpendo diversi centri, tra cui Pietrapaola. Anche Giovanni Fiore, nella Della Calabria illustrata, pubblicata nel 1691, riferisce dell’attacco a Rocca Imperiale.

Queste fonti documentano il contesto storico delle incursioni lungo lo Ionio cosentino, ma non forniscono una conferma altrettanto esplicita di una devastazione di Scala Coeli nella stessa data. La presenza di una pietra con un’iscrizione, anche qualora venisse dimostrata, non sarebbe da sola sufficiente a provare l’attacco al paese.

La nuova evidenza permette di correggere l’attribuzione della fotografia e di distinguere due questioni che finora rischiavano di sovrapporsi: la storia documentata della lapide di Pietrapaola e quella, ancora da ricostruire, del manufatto ricordato a Scala Coeli.

L’obiettivo non è dimostrare a ogni costo che esistesse una seconda lapide. È accertare se quella pietra sia realmente esistita, quale iscrizione riportasse, da dove provenisse e quando sia stata eventualmente rimossa.

Se l’immagine pubblicata ritrae il manufatto di Pietrapaola, quale pietra videro i testimoni nel vecchio «Castello» di Scala Coeli? E perché la sua presenza è rimasta nella memoria di chi frequentava quel locale?

Sono le domande sulle quali dovrà concentrarsi la fase successiva dell’indagine, attraverso nuove testimonianze e riscontri documentali.

In fondo, la ricerca storica richiede proprio questo: la curiosità di seguire ogni indizio e il rigore di correggere la rotta quando emergono fatti nuovi. Anche un’attribuzione da rivedere può diventare un passo avanti, se consente di separare le certezze dalle ipotesi.

Il mistero, oggi, non è risolto. Ma è più circoscritto, e la ricerca può ripartire da basi più solide.

 

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