IL MISTERO DELLA LAPIDE SCOMPARSA: SCALA COELI, PIETRAPAOLA E L’OMBRA DEI TURCHI!

Una pietra fotografata tra le travi di un’antica pertinenza del Castello, un’iscrizione del 1644 e una vicenda storica che riemerge dalle pagine degli studiosi

Da sin.: l'iscrizione trovata a Scala Coeli e quella a Pietrapaola

■Antonio Loiacono

Ci sono misteri che non cominciano in un archivio polveroso, tra manoscritti ingialliti e documenti dimenticati. Cominciano davanti a una pietra che sembra non interessare più a nessuno. E diventano più inquietanti quando quella pietra scompare.

A Scala Coeli, una lapide in latino, vista e fotografata alla fine degli anni Ottanta, riporta al 2 luglio 1644, quando una spedizione turca colpì alcuni centri della costa ionica cosentina. Per decenni la pietra rimase in un vecchio locale collegato al cosiddetto Castello del paese. Poi, in un momento compreso tra il 2011 e il 2016, non fu più trovata al suo posto.

Chi l’ha rimossa? Dove si trova oggi? E, soprattutto, quale vicenda raccontava davvero?

Una ricerca bibliografica ha fatto emergere un elemento inatteso: la stessa iscrizione latina compare in un contributo dedicato alle incursioni turche lungo la costa ionica cosentina. Ma l’autore la collega alla memoria dei superstiti di Pietrapaola. È da questa coincidenza che l’indagine deve ripartire.

Alla fine degli anni Ottanta, la lapide si trovava tra le travi della soffittatura di un vecchio locale appartenente alle pertinenze del cosiddetto Castello di Scala Coeli. Non necessariamente all’interno dell’edificio principale, dunque, ma in una struttura collegata al complesso.

Il locale era stato utilizzato come deposito di merci. In precedenza, un panettiere vi conservava la sanza (il “rifatto”), il residuo della lavorazione delle olive impiegato come combustibile per il forno. Un ambiente di servizio nel quale era rimasta per anni una testimonianza che oggi non è più possibile esaminare direttamente.

La scritta, così come fu letta e trascritta, recitava:

DIE II IVLII 1644 TEMPLVM ET OPPIDVM HOC TURCARVM CLASSIS DEVASTAVIT

La traduzione è: «Il 2 luglio 1644 la flotta dei Turchi devastò questo tempio e questo abitato».

L’iscrizione ricorda una devastazione, ma non nomina Scala Coeli. Per attribuirla con certezza al paese occorre ricostruirne la provenienza e confrontarla con documenti indipendenti.

Il passaggio più significativo della ricerca emerge dalla consultazione di Relitti, porti e rotte nel Mediterraneo, volume pubblicato nel 2009 e curato da Maurizio Paoletti nell’ambito di un progetto della Provincia di Cosenza.

Nel contributo di Antonello Savaglio, Notizie di attacchi turcheschi lungo la costa ionica cosentina in età moderna, compare la stessa formula latina:

«Die II julii 1644 Templum et oppidum hoc Turcharum classis devastavit».

La corrispondenza con la trascrizione della lapide osservata a Scala Coeli è pressoché letterale. Ma è il contesto in cui Savaglio presenta l’iscrizione a rendere la scoperta particolarmente importante.

L’autore scrive:

«Con l’arrivo dell’autunno ritornò la pace ed i superstiti di Pietrapaola tramandarono ai posteri il sacrificio dei loro consanguinei, facendo murare sulla parete destra della chiesa di S. Maria delle Grazie un’epigrafe latina, in cui lo scalpellino incise le seguenti parole: Die II julii 1644 Templum et oppidum Hoc Turcharum classis devastavit» (v. foto 2).

Secondo questa ricostruzione, con il ritorno della pace i superstiti di Pietrapaola vollero tramandare la memoria dei familiari caduti facendo murare l’epigrafe sulla parete destra della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

La data e la formula coincidono con quelle della lapide vista a Scala Coeli. Savaglio, tuttavia, collega l’iscrizione alla vicenda di Pietrapaola, non a quella di Scala Coeli. Nel medesimo contributo compare anche il racconto del rapimento di un sacerdote, don Gio. Giacomo Ricola, durante l’incursione turca: ” Sbarcarono dalle Galere di Biserta in gran numero i Turchi su le maremme della Calabria presso Cosenza, e cò impetuosa scorreria portatisi fino à Pietrapaola nò trovando quivi opportuna resistenza conducevano seco schiavo fra gl’altri un sacerdote nomato Don Giacomo Ricola.“

È questo il nodo dell’inchiesta: come spiegare la presenza, nel vecchio locale collegato al Castello di Scala Coeli, di una lapide con la stessa iscrizione che Savaglio associa alla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Pietrapaola?

Le ipotesi restano aperte. Potrebbe trattarsi di un’altra iscrizione che riproduceva la medesima formula. Potrebbe esserci una relazione tra le due testimonianze, ma non disponiamo ancora di elementi sufficienti per dimostrarla. Non si può escludere neppure che la pietra vista a Scala Coeli avesse una provenienza diversa da quella suggerita dalla sua collocazione.

La fotografia scattata alla fine degli anni Ottanta e qui riprodotta (v. foto 1) potrebbe rivelarsi decisiva. Il confronto tra la forma delle lettere, la disposizione del testo, le dimensioni e le caratteristiche della pietra potrebbe aiutare a stabilire se le due testimonianze siano riconducibili alla stessa epigrafe oppure a iscrizioni distinte.

Il contributo di Savaglio ricostruisce anche il contesto storico dell’incursione. Nella notte del 2 luglio 1644, una squadra di 36 imbarcazioni al comando di Bechin Bassà raggiunse il golfo di Rocca Imperiale. Secondo la ricostruzione riportata, circa 4.000 uomini sbarcarono e raggiunsero il centro costiero.

La spedizione colpì Rocca Imperiale e proseguì verso Pietrapaola, dove si verificarono ulteriori devastazioni. Anche Giovanni Fiore, nella Della Calabria illustrata, pubblicata nel 1691, riferisce dell’attacco a Rocca Imperiale avvenuto il 2 luglio 1644.

Le fonti documentano dunque un’incursione lungo la costa ionica cosentina. Non offrono, invece, una conferma altrettanto esplicita di un attacco a Scala Coeli nella stessa data. La spedizione costituisce il contesto storico nel quale esaminare l’iscrizione, ma non basta a dimostrare che la flotta abbia devastato anche il paese.

Qual era la Scala Coeli di quel tempo?

Gli studi sul territorio descrivono un abitato fortificato, dotato di mura e porte, inserito nei domini della famiglia Spinelli, principi di Cariati. Il Seicento fu un periodo difficile per la comunità, segnato da calamità e instabilità.

Andrea Pesavento, nel contributo Alcuni aspetti della Terra di Scala al tempo del Viceregno, riporta 293 fuochi nel 1648 e 112 nel 1669. Ricorda inoltre i danni provocati dal terremoto del 1638: 69 case distrutte, altre 69 dichiarate inabitabili e 24 morti.

Sono dati che restituiscono il quadro di un centro duramente provato. Non dimostrano, però, che la diminuzione dei fuochi sia stata causata dall’incursione del 1644, né confermano direttamente un attacco turco a Scala Coeli.

Anche il volume Cenni storici su Scala Coeli, di Carlo Fontana, non riporta, per quanto verificato, riferimenti alla lapide o una menzione esplicita dell’attacco turco del 1644 al paese. Questa assenza non prova che l’episodio non sia avvenuto, ma significa che l’opera non offre una conferma in tal senso.

La lapide rimase per anni tra le travi del vecchio locale. Era stata fotografata alla fine degli anni Ottanta, ma tra il 2011 e il 2016, secondo la ricostruzione disponibile, non era più al suo posto.

Non sappiamo quando sia stata rimossa, chi l’abbia spostata o dove si trovi oggi. Non ci sono elementi sufficienti per parlare di furto o attribuire responsabilità.

La fotografia rappresenta uno dei punti centrali dell’inchiesta. Potrebbe consentire il confronto con l’iscrizione riportata da Savaglio e aiutare a ricostruire la storia materiale della pietra.

La domanda, quindi, non riguarda soltanto la sua sorte. Occorre capire anche se appartenesse originariamente alla storia di Scala Coeli o se fosse arrivata nel locale da un altro luogo, in circostanze che oggi ignoriamo.

La ricerca ha portato alla luce un collegamento documentario importante: una formula latina identica a quella trascritta dalla lapide di Scala Coeli compare nel contributo di Savaglio, che la associa alla memoria dei superstiti di Pietrapaola e alla chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Il dato non risolve il caso, ma apre una pista precisa. La provenienza dell’epigrafe descritta nel volume e quella della pietra vista a Scala Coeli devono essere verificate separatamente, senza confondere le due testimonianze.

Per proseguire servono il controllo delle fonti citate da Savaglio e ulteriori verifiche documentarie. Solo così sarà possibile distinguere una coincidenza testuale da una relazione storica dimostrabile.

Il mistero ha due facce: l’episodio che l’iscrizione intendeva ricordare e il destino della pietra rimasta per decenni nascosta tra le travi.

La lapide non è più al suo posto. La sua storia, invece, è appena tornata alla luce.

 

 

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