■Antonio Loiacono
C’è qualcosa di disarmante in quell’uovo di Pasqua all’uncinetto. Non solo per quello che è, ma per dove si trova.
Sta lì, nei pressi dell’antico Campanaro, in un luogo che porta addosso il peso — e il fascino — di una storia antica, quando Longobucco era terra di miniere, di argento estratto già ai tempi della Magna Grecia. Un posto dove si scavava nella roccia. Oggi, invece, qualcuno ha scelto di costruire. Con il filo.
L’idea nasce dall’associazione VESCA, ma quello che colpisce è tutto il resto. Il gesto collettivo. Le mani diverse che si sono messe insieme, senza fretta. Perché l’uncinetto non ammette scorciatoie: ti costringe a rallentare, a restare. Punto dopo punto.
E allora quell’uovo smette di essere solo un simbolo pasquale. Certo, dentro ci trovi la rinascita, la speranza — sarebbe facile fermarsi lì. Ma c’è di più. C’è il tempo, che oggi è la cosa più rara. C’è la pazienza, che quasi non sappiamo più riconoscere. C’è la manualità, quella vera, che passa attraverso le dita e non dagli schermi.
È un oggetto semplice, a guardarlo. Ma è una semplicità piena. Densa. Perché ogni maglia racconta qualcuno: un’ora rubata alla fretta, una chiacchiera, un silenzio condiviso, una presenza.
E forse è proprio questo che resta. Non l’installazione in sé, ma quello che rappresenta senza dirlo troppo forte: che la bellezza, quella autentica, nasce ancora così. Insieme. Con cura. Senza bisogno di correre.



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