■Antonio Loiacono
Ci sono idee che non fanno rumore. Restano lì, in una specie di limbo, come se stessero prendendo le misure prima di decidere se valga davvero la pena esistere. Poi, senza annunci, succede qualcosa. Scendono a terra. Si sporcano le mani. Diventano reali e nasce la FREE SPACE APS!
A Mirto Crosia è successo così. Senza effetti speciali, senza proclami. Solo una direzione — netta, quasi testarda. Un anno fa, più o meno. Un’intuizione che all’inizio poteva sembrare una delle tante, ma che aveva dentro un’urgenza diversa: non “fare qualcosa”, ma costruire qualcosa che restasse. Uno “spazio” vero. Di quelli che non servono a riempire il tempo, ma a cambiare il modo in cui lo si vive, insieme.
E quando si è trattato di capire da dove partire, la risposta non è stata né casuale né simbolica. Le donne. Punto. Non per fare scena, non per appiccicare una narrazione facile. Ma perché, se guardi bene — e senza retorica — sono sempre state lì dove le cose accadono davvero. A tenere i pezzi quando tutto rischia di sfaldarsi. A costruire senza aspettare il momento perfetto. A immaginare mentre fanno, che è forse la cosa più difficile.
Non è una questione teorica. È pratica, quasi concreta al tatto. Dalla conquista del voto fino alle mille forme di partecipazione silenziosa che tengono in piedi intere comunità, c’è una linea continua. Qui, quella linea prende una forma nuova. Più organizzata, sì. Ma anche più esposta, più visibile. E forse proprio per questo più vulnerabile — e quindi più vera!
I primi segnali si sono visti subito. Nessuna attesa sterile. Al Palateatro “G. Carrisi” nella città che trova nel Trionto il suo confine naturale, lo sport ha smesso di essere solo sport. È diventato linguaggio, ponte, occasione. I ragazzi lì davanti, gli atleti paralimpici sul palco — e in mezzo qualcosa che non si può fingere. Niente frasi fatte, niente morale preconfezionata. Solo storie. Di fatica, di disciplina, di cadute e ritorni. Quelle che non ti insegnano cosa pensare, ma ti costringono a sentire.
Poi, qualche mese dopo, un’altra scena. Cambia il contesto, cambia il ritmo, ma non la sostanza. La “Walk for the Cure”. Il lungomare Centofontane pieno di persone, sì, ma non solo. Pieno di intenzione. Di attenzione. Di piccoli gesti che, messi insieme, fanno qualcosa di più grande. I gazebo, gli screening gratuiti, le conversazioni a bassa voce. Gente che si ferma, che chiede, che magari scopre qualcosa che rimandava da troppo tempo.
E poi arriva il momento meno visibile. Quello che nessuno racconta volentieri. Ma che decide tutto. Dare una struttura. Mettere ordine. Tradurre l’entusiasmo in qualcosa che regga nel tempo. Statuto, tesseramenti, gruppi di lavoro, responsabilità. Parole che non scaldano il cuore, diciamolo. Però servono. Eccome se servono.
Perché senza quella “ossatura”, anche le idee migliori rischiano di evaporare. E oggi non puoi improvvisare: fare associazionismo significa stare dentro regole precise, assumersi responsabilità vere, essere credibili. Non basta crederci. Devi dimostrarlo, ogni giorno.
Ed è proprio in questo passaggio — tra visione e concretezza — che si inserisce la voce di Katia Ventura, vicepresidente dell’associazione FREE SPACE APS guidata da Mimmo Belardo che la presiede: una voce che tiene insieme entusiasmo e pragmatismo, senza mai scivolare nella retorica.
«È l’inizio di un percorso», dice, «ma uno di quelli che vuole lasciare un segno concreto oggi e generare valore duraturo nel tempo.»
Quando entra nel vivo del discorso, il tono cambia — si fa più netto, concreto. «Sul fronte sanitario stiamo lavorando a un progetto importante», dice, e poi quasi si ferma un istante, come a voler allargare la prospettiva senza perdere il filo. Perché non è solo una questione di singole iniziative. «La prevenzione deve diventare un diritto effettivo, non qualcosa che esiste solo sulla carta. Deve essere accessibile, ma soprattutto diffusa. Capace di arrivare ovunque, con un’attenzione particolare alle aree interne, che troppo spesso restano fuori dai circuiti principali.»
Non è un elenco di buone intenzioni. È una direzione.
«Dobbiamo anche imparare a valorizzare quello che già esiste. Il territorio non è vuoto: ci sono energie, competenze, realtà positive. Vanno messe in rete, rafforzate.»
E qui entra un altro nodo fondamentale: il rapporto con le istituzioni.
«Quello che vogliamo costruire è qualcosa di più stabile: un collegamento vero tra territorio e istituzioni. Un dialogo continuo, non episodico.»
Poi, quasi a riportare tutto a terra:
«Per fare questo, però, servono persone. Persone attive. Che abbiano voglia di sporcarsi le mani. Perché senza partecipazione reale, nessun progetto può andare avanti.»
L’ultima riflessione è quasi una dichiarazione d’intenti.
«Dobbiamo alzare l’asticella della qualità. In tutto. Nei servizi, nelle relazioni, nelle proposte. Se vogliamo cambiare davvero qualcosa, non possiamo accontentarci.»
E in fondo è proprio questo il punto.
Perché, nonostante la struttura, i progetti, le prospettive, il cuore resta lì. Nelle persone. Lo si è visto nell’assemblea costitutiva. Niente palco. Niente distanza. Solo un cerchio. Una forma semplice, ma potentissima. Tutti allo stesso livello.
Si parlava, sì. Ma soprattutto si ascoltava. Che è più raro. C’era entusiasmo, certo. Ma non quello superficiale, da entusiasmo “di partenza”. Piuttosto una consapevolezza più quieta, più solida: stiamo costruendo qualcosa insieme. E questa cosa, se funziona, funziona perché nessuno prova a prendersela tutta.
Forse è proprio lì il punto. In quell’equilibrio un po’ instabile — e proprio per questo vivo — tra visione e concretezza. Tra il sogno e la fatica di renderlo sostenibile. Tra quello che immagini e quello che riesci davvero a fare, senza raccontartela troppo.
Non è solo un’associazione. Sarebbe riduttivo dirlo così. È più simile a un organismo: cresce, si adatta, cambia forma quando serve. A volte inciampa, probabilmente. Ma va avanti.
E intanto, quasi senza accorgersene, succede una cosa più grande. Una comunità comincia a riconoscersi. Non tutta, non ancora. Ma abbastanza da capire che certe energie, quando si incontrano davvero — senza filtri, senza pose — possono diventare qualcosa di concreto.
Qualcosa che resta. Anche quando l’entusiasmo iniziale si abbassa. Anche quando arriva la parte difficile. Forse soprattutto lì!
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