Per chi fosse ancor meno versato in (o memore di) cose matematiche di me ed ha un ricordo nebuloso delle proporzioni che, se non ricordo male, sono l’anticamera delle equazioni, preciso che il titolo va letto così:
Trump sta alla NATO come Meloni sta alla magistratura.
Trump infatti si aspetta che gli alleati facciano ciò che lui vuole, senza discutere, per il semplice fatto che lui, incurante di trattati, di convenzioni e di accordi, lo chiede, per non dire che lo pretende. Capita così che dopo aver tartassato, dileggiato e insultato l’Europa, il Canada, il Regno Unito e la NATO, ora Trump si offenda perché sia l’Europa che il Canada, il Regno Unito e la NATO gli hanno risposto picche quando ha avanzato la richiesta di partecipare alla sua guerra contro l’Iran inviando navi militari a far da scorta alle petroliere nello stretto di Hormuz. La guerra, en passant, Trump continua a dichiarare di averla vinta già dal primo giorno in cui, obbedendo a Netanyahu,l’ha scatenata, ma curiosamente l’Iran, nonostante i pesanti bombardamenti subiti e la morte di molti dei suoi leader, continua a rispondere lanciando ondate di missili contro i Paesi del Golfo, Tel Aviv e Gerusalemme e strangolando l’economia mondiale col blocco dello stretto di Hormuz.
Dunque Trump pretende che gli alleati (o sudditi?) degli USA lo affianchino nel combattere questa guerra, che lui si ostina a dichiarare di aver già vinto perché, secondo i suoi processi mentali, l’unico modo di comportarsi correttamente da parte del resto del mondo consiste nell’adeguarsi alle sue pretese, non importa quanto erratiche, illogiche e irrazionali, oltre che contraddittorie, esse possano essere.
Qui sta l’equivalenza fra lui e Giorgia Meloni, che si comporta nello stesso modo nei confronti della Magistratura, cui rimprovera di non rispettare le indicazioni del suo governo a causa della pretesa che la stessa Magistratura continua ad avere, nel rispetto della Costituzione, che nessuno si ponga al disopra della legge: né il semplice cittadino, né il poliziotto, né il miliardario, né il ministro né l’intero Consiglio dei ministri.
Detto questo, è anche vero che, a parte questa equivalenza e la comune tendenza a mentire con spudorata naturalezza, fra Donald Trump e Giorgia Meloni ci sono enormi differenze: tanto infatti l’uno è erratico, imprevedibile e irrazionale, quanto l’altra è invece astuta, abile e calcolatrice: lo dimostra il fatto che Meloni, dopo lo scoppio della guerra contro l’Iran, al consueto silenzio, col quale accoglie le notizie che potrebbero metterla in imbarazzo, ha fatto seguire una sia pur prudente presa di distanza dal presidente degli USA.
Ma non si può dimenticare quanto fino al giorno prima, sorvolando sulle pretese di Trump su Canada e Groenlandia, Giorgia Meloni gli si fosse orgogliosamente dichiarata vicina e ne giustificasse l’aggressività, ad esempio in Venezuela, arrivando addirittura ad auspicare per lui una candidatura al premio Nobel per la Pace. Domani, chissà, potrebbe dichiarare nel salotto di Bruno Vespa, di Nicola Porro o di qualche altro giornalista, amico e di memoria opportunamente corta, che lei non ha mai provato nessuna simpatia verso Donald Trump. Mentire le riesce facile: ad esempio, dopo aver pubblicamente dichiarato di scommettere sulla vittoria dell’Ucraina nella sua lotta contro Putin, ha poi affermato di non aver mai detto che scommetteva sulla vittoria dell’Ucraina; per non parlare della serenità con la quale, mentre distribuiva poltrone e prebende fra amici, parenti e sodali, dichiarava che grazie a lei era finita l’epoca dell’amichettismo.
E magari, chissà? Se la sera del 23 marzo il NO dovesse risultare vincitore del referendum costituzionale, lei potrebbe presentarsi davanti alle telecamere e affermare, sgranando gli occhioni da fanciulla innocente, che questo era il risultato che lei si aspettava e auspicava e che il suo governo ne esce rafforzato (che comunque non si dimetterà l’ha già detto chiaro e tondo). E nessuno si scandalizzerà perché in Italia non sono solo i Bruno Vespa e i Nicola Porro ad avere la memoria corta ma anzi sono tanti, tantissimi.
Circostanza che spiega anche, fra l’altro, che lei, l’inconsistente Tajani, l’incoerente Salvini, l’imbarazzante Nordio e gli altri, altrettanto affidabili componenti della sua maggioranza, non solo siano al governo ma possano ragionevolmente ambire a restarci ancora per molto, molto tempo.
Giuseppe Riccardo Festa
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