ADDIO AL “RINACCHIO”: LE RUSPE CANCELLANO UN TEMPIO DI CALCIO E DI VITA A CARIATI

Dove una volta correvano i fratelli Branca, Cozza e Berardi oggi restano macerie: il Rinacchio lascia spazio al futuro, ma non al cuore di Cariati.

Ruspe al "Rinacchio"!

■Antonio Loiacono

Il rombo delle ruspe rompe il silenzio e solleva polvere che sa di passato. I denti d’acciaio mordono i muri, scavano il rettangolo di gioco, cancellano linee immaginarie di rigori e calci d’angolo che per decenni hanno infiammato cuori e voci. Ogni colpo di benna è un pugno nello stomaco: là dove si consumavano partite infinite, restano macerie e ricordi. Il Rinacchio non è più un campo di calcio, ma un cantiere.

L’intervento rientra nella più ampia politica di riqualificazione delle aree urbane promossa dal Comune di Cariati: al posto dello storico campo sorgeranno nuovi parcheggi e spazi di servizio, mentre il futuro del calcio cittadino si sposterà in località Varco, dove verrà realizzato il nuovo impianto sportivo. Una scelta che guarda avanti, ma che inevitabilmente lascia dietro di sé un vuoto emotivo difficile da colmare.

Eppure, per Cariati, quel campo era molto più che sabbia e cemento. Era un altare popolare, una chiesa laica in cui la domenica si pregava con i piedi, e il pallone era ostia e sacramento. Un luogo dove i sogni correvano più veloci della fatica quotidiana, dove la comunità trovava riscatto, orgoglio e appartenenza.

Sul terreno del Rinacchio hanno graffiato centinaia di tacchetti: segni profondi, incisi come ferite e carezze sulla terra battuta. Ogni scivolata, ogni corsa, ogni esultanza ha lasciato la sua cicatrice su quel rettangolo che per Cariati è stato un libro di storie. Lì hanno scritto pagine indimenticabili i fratelli Branca — Peppino, Maurizio e Ciccio — con la loro grinta contagiosa; Giovanni Cufari, che faceva sembrare semplice l’impossibile; i fratelli Varquez, eleganti e instancabili; Giorgio Montesanto e Diego Arcuri, colonne di una generazione; i cugini “terribili” Russo Totonnino, Cimino e Rocco, capaci di infiammare la folla; Ciccio Pignataro, talento ruvido e cuore grande; Vittorio Tosto e Francesco Cozza, che hanno portato il nome di Cariati su palcoscenici maggiori; fino a Domenico Berardi, simbolo di come anche da qui possano spiccare voli straordinari. E poi lui, “Moviola” Pino Greco, leggenda di campetti e bar, insieme a Enzo Labonia e a tanti altri che il cronista non può ricordare tutti, ma che vivono nella memoria di chi li ha visti correre, sudare, vincere e cadere su quel suolo sacro.

E come dimenticare i colori bianco e blu della mitica Cariate­se: maglie che sventolavano come bandiere, simboli di orgoglio cittadino e identità condivisa, capaci di trasformare ogni partita in una festa popolare.

A Cariati il calcio non è mai stato solo un gioco: è stato il battito del cuore collettivo, la fede di un popolo, il filo invisibile che ha unito generazioni.

Ora, mentre la polvere del passato si posa, lo sguardo si rivolge al futuro. In località Varco sorgerà un nuovo impianto sportivo: moderno, accogliente, pronto a scrivere nuove storie e a far correre nuove generazioni. Ma nessun cemento, nessuna architettura potrà cancellare ciò che il Rinacchio ha rappresentato.

Perché un campo può essere abbattuto, ma la memoria resta viva. E il Rinacchio continuerà a esistere in ogni racconto di chi l’ha amato, in ogni bambino che sognerà un gol al Varco pensando di giocarlo ancora lì, nel vecchio tempio di Cariati.

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