■Antonio Loiacono
C’era una volta, nei maestosi uffici del Ministero dell’Agricoltura, un ministro valoroso di nome Francesco Lollobrigida, che come Tantalo fu condannato ad un supplizio eterno. Ma gli dei, in un impeto di creatività, decisero che acqua e frutta non erano abbastanza per tormentare un uomo di tale carisma. No, il destino di Lollobrigida sarebbe stato ben peggiore: tarli, api e vespe sarebbero state le sue vere nemesi!
Il povero Lollobrigida, appena sedutosi sulla poltrona del potere, si era trovato subito immerso nelle intricate vicende dell’agricoltura italiana. Ma non appena cominciava a prendere il controllo della situazione, ecco che si levava una nuova piaga. Anche i tarli! Sì, proprio loro, quei piccoli e insignificanti insetti rosicchiatori, avevano deciso di colonizzare il Crea (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura), come se volessero ricordare al nostro ministro che anche i dettagli più insignificanti possono devastare il più robusto dei troni.
Come Tantalo, che guardava i frutti sfuggirgli ad ogni tentativo di afferrarli, Lollobrigida vedeva i suoi sforzi scivolare via. Ogni volta che si accingeva a risolvere un problema agricolo, un’ombra di legno rosicchiato appariva all’orizzonte. Convocava i sindacati, cercava rimedi, trasferiva i dipendenti: nulla sembrava arginare l’invasione. E i tarli ridevano, perché sapevano di aver trovato il loro Tantalide.
Nel suo ufficio, circondato da fascicoli e decreti, il ministro sedeva su una poltrona che, ironicamente, scricchiolava sotto il peso dei suoi tormenti, minacciata dalla lenta ed inesorabile avanzata di quegli infami tarli. Ogni volta che provava a rilassarsi, magari con una soluzione brillante su come combattere la siccità o migliorare la produzione di grano, un leggero ronzio lo interrompeva. Non erano solo i tarli, no. Le api e le vespe—complici del destino—lo tormentavano incessantemente.
Come Tantalo che non poteva bere l’acqua, Lollobrigida non poteva gustare il frutto delle sue fatiche. Ogni decreto che firmava sembrava destinato a svanire nell’oblio burocratico, soffocato dai continui annunci di “emergenze sanitarie” causate dagli insetti. E, come se non bastasse, ogni volta che provava a prendere un respiro di sollievo, un altro sciame ronzante invadeva i suoi pensieri, portandolo sull’orlo della disperazione.
Schopenhauer, con la sua solita saggezza pessimista, avrebbe forse commentato così: “Il desiderio del ministro Lollobrigida di governare bene il suo dicastero è come il desiderio dell’uomo di raggiungere la felicità: contro ogni problema risolto, ne rimangono altri dieci insoddisfatti. E come Tantalo, il ministro vedrà sempre sfuggirgli la pace, anche se per un attimo si illuderà di averla afferrata.”
Nel suo palazzo infestato, Lollobrigida non poteva fare altro che osservare il susseguirsi degli eventi con un misto di rassegnazione ed ironia. Ogni nuovo ronzio era un promemoria del fatto che, nonostante il titolo nobile di Ministro dell’Agricoltura, egli restava prigioniero del flagello dei tarli, come un moderno Tantalo, eternamente ad un passo dalla salvezza, ma mai in grado di afferrarla davvero.
E mentre i tarli continuavano a banchettare indisturbati, il nostro eroe poteva solo sospirare, guardando sconsolato verso il cielo (o forse verso il soffitto che, presto o tardi, avrebbe ceduto): “Che almeno questi tarli mi lascino un po’ di legno su cui appoggiarmi…”.
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