■Antonio Loiacono
Elyesa Aygün! Ci sono nomi che passano, e nomi che restano sospesi nell’aria, come un pallone calciato al tramonto che ancora non sai dove cadrà. Il suo è uno di quelli.
Monaco di Baviera lo accoglie in un giorno di primavera, il 6 maggio 2013, quando la luce ha già quel tono da partita che deve iniziare. Città di calcio vissuto, respirato, quasi inconsapevole. Qui il pallone non rimbalza soltanto: racconta storie. E tra queste, lentamente, ha iniziato a scrivere la sua.
Mamma Domaschina, calabrese vera — di Scala Coeli – di quelle che hanno il sole dentro anche quando non c’è. Papà Baris, nato a München ma con radici turche, quindi disciplina, orgoglio, e quella fame silenziosa che non si insegna.
Figlio di due radici che non si spezzano — il calore ruvido e autentico della Calabria, la compostezza orgogliosa di un’eredità turca — Elyesa cresce come certi centrocampisti di una volta: con equilibrio nel passo e tempesta negli occhi. Non “impara” il calcio. Lo riconosce. Come si riconosce una lingua mai studiata ma già compresa.
A sei anni non corre dietro al pallone. Lo aspetta. Lo invita. E quando arriva, sembra obbedire a un patto antico. Il controllo è carezza, il passaggio è intuizione, il tempo di gioco — quello — è già un privilegio raro. Perché il tempo, nel calcio, non è quanto corri. È quanto pensi prima degli altri.
Ottobre 2019. Monaco diventa crocevia. Non è una semplice occasione, ma una finestra socchiusa sul possibile. Elyesa entra, guarda, e lascia una traccia. Un premio, sì. Ma più ancora uno sguardo che cambia: quello di chi osserva e capisce che lì dentro c’è una promessa che non fa rumore, ma pesa.
Poi arrivano i campi più piccoli, quelli dove l’erba è meno perfetta e la verità più nuda. Monaco 60, categoria Pulcini. È lì che il talento smette di essere parola e diventa gesto. Elyesa non si limita a giocare: orchestra. Non forza la giocata: la trova. C’è qualcosa nel modo in cui si muove tra le linee — una geometria invisibile, una logica che non si insegna. La palla passa, lui resta. E quando la palla torna, sembra che lo stesse cercando.
Oggi il suo cammino attraversa il Bajuwaren München, nome antico, quasi evocativo, come un richiamo alle radici profonde di una terra che sa riconoscere i suoi figli. Non è una tappa rumorosa. Non ci sono riflettori accecanti. Ma è proprio qui, nei margini apparentemente silenziosi del calcio, che si costruiscono le storie più autentiche.
Nel campionato Jugend 13 (giovanili under 13), Elyesa gioca come chi non deve dimostrare, ma raccontare. Ogni tocco ha una direzione, ogni corsa una ragione. Quando riceve palla, il campo si apre come una pagina ancora da scrivere. E lui scrive in movimento: un controllo orientato che taglia fuori un avversario, una sterzata che sembra una domanda senza risposta, un tiro che non è violenza ma decisione.
E poi ci sono i gol. Non solo numeri, ma piccoli racconti che si ripetono. E lì, fuori dal campo, c’è un uomo che li misura in un modo tutto suo. Il nonno Pietro. Ha inventato una regola semplice e poetica: ogni gol si paga. Una tassa felice, una di quelle che non pesa mai. Anzi, cresce. Come cresce Elyesa. Come cresce quella frequenza ormai quasi settimanale che trasforma la promessa in abitudine.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai gol. Perché ciò che colpisce davvero è quella sensazione difficile da nominare. Quella che arriva prima delle parole. Guardi Elyesa e pensi che il calcio, per lui, non sia un luogo ma una direzione.
I talent scout osservano, prendono appunti, cercano di tradurre in dati ciò che dati non è. Perché la vera domanda non è quanti tocchi fa, ma cosa succede tra un tocco e l’altro. In quello spazio invisibile, Elyesa costruisce il suo vantaggio.
È presto per parlare di destino? Forse. Il calcio ha mille strade e ancora più deviazioni. Ma alcune traiettorie si intuiscono da lontano, come linee disegnate nel cielo.
E allora sì, può darsi che un giorno quel nome scivoli fuori da uno schermo, pronunciato con naturalezza, come se fosse sempre stato lì. Elyesa Aygün.
E in quel momento qualcuno, da qualche parte, si fermerà un istante. Non per sorpresa, ma per riconoscimento.
Perché il futuro del calcio, a volte, non arriva all’improvviso. Cresce piano. Corre su campi periferici. Si allena lontano dai riflettori. E quando finalmente si mostra, non chiede permesso.
Gioca!

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